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La pandemia mette a rischio la salute fisica di milioni di persone. È importante però non trascurare i rischi sulla salute mentale che la quarantena può comportare

Quaranta giorni: questo è il periodo che la città di Venezia manteneva le navi in laguna per evitare il diffondersi della peste nera nel XIV secolo. Da questa pratica nasce la parola “quarantena” che è divenuta sinonimo di un qualunque isolamento e di separazione per un periodo di tempo a cui viene sottoposto un gruppo di persone, animali o beni, che possono essere stati esposti agli agenti di una malattia trasmissibile. Ai giorni nostri, in piena emergenza Covid-19, il termine, oltre ad indicare lo strumento estremo della medicina preventiva per far fronte a malattie infettive dovute ad agenti sconosciuti, evoca un insieme di significati che derivano dalla sua lunga storia.

I primi soggetti storicamente sottoposti a segregazione, anche se non temporanea ma permanente, sono stati gli affetti dalla lebbra, malattia contagiosa conosciuta fin dall’antico Egitto: quest’ultima, diventata endemica nell’Europa del XII secolo, comportava l’obbligo, per chi ne soffriva, di reclusione nei numerosissimi lebbrosari fuori dalla città. Le epidemie di peste bubbonica nel XIV secolo dettero vita a risposte istituzionali organizzate: la quarantena fu introdotta nel 1377 in Croazia e il primo ospedale permanente (lazzaretto) fu aperto in una piccola isola della laguna subito seguito da analoghe iniziative a Genova e Marsiglia.

La durata dell’isolamento, nel caso della peste, era stata scelta in base a concezioni pseudo mediche, esoteriche e religiose: a parte il riferimento alle teorie ippocratiche sulla durata delle malattie acute il numero 4 era considerato un numero pitagorico e 40 furono i giorni che Gesù passò nel deserto. Nel XVIII secolo la quarantena fu utilizzata per cercare di bloccare, con esiti discutibili, la febbre gialla e nel XIX secolo l’epidemia di colera che colpì l’Europa nel 1831 e gli Usa nel 1832. Nel corso del XX secolo si sono susseguite varie pandemie di diversa gravità fra cui quella influenzale “spagnola” che a partire dal 1918 ha ucciso circa 50 milioni di persone: essa fu combattuta anche con il ricorso alla chiusura di chiese, teatri, scuole e la sospensione di tutti i gli eventi pubblici. Nel XXI secolo i coronavirus hanno compiuto il salto di specie diffondendosi tra gli umani in tre occasioni, ogni volta causando…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 3 aprile 

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