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La lettera di una donna ospite di un centro antiviolenza offre lo spunto all’avvocato Teresa Manente per evidenziare le problematiche che si trovano a vivere coloro che sono costrette dalla pandemia a condividere l’abitazione con il marito violento. Le norme per proteggerle esistono ma vanno applicate

Una donna ospitata lo scorso anno in un centro antiviolenza, in questi giorni di emergenza sanitaria mi ha scritto «sono proprio fortunata, mi sento una privilegiata ad essere uscita dalla situazione di violenza che subivo da parte di mio marito. Se la pandemia ci fosse stata lo scorso anno non so se ne sarei uscita viva. Ho avuto la fortuna di aver ricevuto aiuto e sostegno da tutte voi. Grazie avvocata per il suo impegno. Penso alle tante donne costrette a stare in casa con il marito violento, penso ai tanti bambini costretti a vedere la propria madre denigrata maltrattata e impotente, perché controllata a vista, costretta al silenzio. Come potersi ribellare nell’attuale situazione?».

Questa lettera mette in luce la gravità delle problematiche che si trovano a vivere le donne maltrattate nell’attuale situazione di emergenza, un’emergenza nell’emergenza che richiede la massima attenzione da parte delle istituzioni e della società civile, perché il rischio di vita per le donne e per i bambini è molto alto: la condivisione obbligatoria dello spazio abitativo con il partner violento innalza il pericolo dell’escalation di violenza sempre presente nelle situazioni di violenza domestica e la limitazione della circolazione e di contatti esterni rende difficile l’emersione di queste situazioni. Ancora più sommersa rimane in questo periodo l’esperienza delle donne straniere, in particolare coloro senza permesso di soggiorno, che temono non solo di subire ulteriori e più gravi violenze, ma anche l’avvio nei loro confronti delle procedure di espulsione e trattenimento nei centri per il rimpatrio.

Nelle ultime settimane a partire dal 9 marzo si è registrata una diminuzione pari all’85% degli accessi delle donne ai centri antiviolenza e agli sportelli gestiti dall’associazione Differenza donna che non hanno mai smesso di operare 24 ore su 24, adottando tutte le misure coerenti con le disposizioni entrate in vigore. Con una contestuale riduzione degli…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 3 aprile 

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