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Cosa succederà al mondo dell’arte nel momento in cui sara passata l’emergenza Covid-19 e riapriranno gli studi degli Artisti, i Musei, le Fondazioni, gli spazi no-profit, le gallerie private, le fiere d’arte?

Ci sarà stato un cambiamento della fruizione dell’arte, soprattutto di quella contemporanea? Si riuscirà a sostenere anche gli Artisti visivi e performativi che creano la bellezza, ma che nonostante questo sono senza Albo professionale e senza Associazioni di categoria e con difficoltà troveranno accesso alle misure governative di sostentamento?

Gli artisti si ritroveranno ad affrontare senza strumenti un’economia globale malmessa che difficilmente li considererà degni di tutela, questione con cui anche le gallerie private, curatori e direttori di Musei dovranno fare i conti. Si può sperare, come è successo in passato, che dopo una mostruosa crisi segua una grande ripresa economica, ma le riprese economiche non avvengono da sole. Gli addetti ai lavori dell’arte stanno cercando una “cura” che oltre alla guarigione possa strutturare anticorpi?

Cristina Cobianchi, fondatrice e presidente di AlbumArte, risponde ai quesiti di Alessio Ancillai

Nessuno si sarebbe mai aspettato una cosa come questa. Una specie di apocalisse, quella che abbiamo sempre sperato di non sognare la notte, perché sarebbe stato un incubo che ci avrebbe fatti risvegliare prede di un’ansia incontrollabile che ci avrebbe condizionato la giornata.

E invece eccoci qui, all’inizio increduli e recalcitranti a spacciarla per influenza, poi sempre più impauriti, confusi, diffidenti, smarriti. Tutti a casa, ognuno rimasto con il suo piccolo cielo dalla sua piccola finestra e il suo piccolo scorcio di città, rimasta, a poco a poco, deserta. I primi giorni di domicilio forzato, la mente era ancora pronta ad agire, a creare, ad ispirarsi, non aveva perso la progettualità e la proiezione nel futuro, come per una specie di abbrivio della vita stessa. Poi abbiamo imparato anche a rendere quella mente, abituata a una vita sollecitata da un ritmo che ora stentiamo a sentire nostro, meno attiva, per pensare meno, sperando che così tutto potesse essere più facile da sopportare.

Proprio il primo giorno in cui siamo rimasti a casa e forse proprio perché all’inizio, perché probabilmente, poi, non ne sarei stata più capace, ero al telefono con un artista e, prendendo spunto delle nostre prime reazioni, abbiamo deciso di realizzare la prima mostra virtuale di AlbumArte, che fosse una riflessione sul tema della casa in tutte le sue declinazioni. Abbiamo attinto alla nostra comunità artistica, ormai consolidata e in 24 ore, ben 46 artisti e artiste si sono resi disponibili a scegliere tra i loro lavori qualcosa di inerente al concept della mostra. Abbiamo redatto il press kit e inviato a tutta la stampa, organizzato un opening virtuale realizzato solo attraverso brevissimi video degli artisti coinvolti, abbiamo continuato a postare due opere al giorno sui nostri profili social e, a fine mostra, realizzeremo una gallery di tutte le opere sul nostro sito e un catalogo virtuale. Una vera mostra, ma on line. Anche i video postati per l’opening, verranno raccolti in un unico lungo video, che sarà testimonianza di un momento molto preciso della nostra storia. La nostra comunità creativa vuole così testimoniare una partecipazione umana oltre che artistica, una presenza attiva e propositiva che affronta le difficoltà e ne rilancia i contenuti. Un’artista coinvolta nel progetto scrive “per molti di noi l’arte è una leva per afferrare il mondo” e questo è lo spirito con il quale abbiamo affrontato il progetto, che, per fortuna è stato molto apprezzato ed è stato per tutti noi una delle poche note liete di giornate dedicate alla tristezza e alla preoccupazione.

Ma malgrado i tanti volonterosi tentativi di offrire validi contenuti al tormento dello spirito, questa emergenza è molto dura da affrontare.

C’è chi suggerisce di utilizzare questo periodo per approfondire la conoscenza di se stessi, chi pensa che anche questo proposito, senza strumenti adatti, sia rischioso. Chi spera che l’umanità ne uscirà migliore, chi ritiene che comunque finalmente la terra respiri, ma, purtroppo, una cosa è forse più certa: molti moriranno e moltissimi ne usciranno economicamente distrutti.

In mezzo ai lavoratori in futura difficoltà, ci sono quelli delle arti e della cultura e, tra questi, il settore dell’arte visiva, che comprende molti professionisti indipendenti, i quali, come sappiamo, non sono sufficientemente tutelati. Un artista non ha un albo professionale forte e strutturato, o un progettista di attivazione culturale, un curatore free lance, quelli che recensiscono le mostre per i più noti quotidiani specializzati on line, neanche. Molti rientreranno tra i soggetti a partita IVA, per i quali stanno uscendo provvedimenti, ma il settore nel suo complesso, sofferente da sempre, da questa tragedia, prima di tutto umana e in un secondo tempo umana ed economica, ne uscirà malissimo.

Sarebbe interessante che si potesse creare una piattaforma progettuale dove interagire per poter offrire e attingere a contenuti e proposte che possano far arrivare a una visione diversa della programmazione artistica, della sua diffusione e soprattutto del suo sostentamento. Ma ritengo che tutto quello che pensiamo e cerchiamo di progettare per il futuro adesso, debba necessariamente essere modificato di ora in ora ed è proprio questo destabilizzante tempo sospeso che ci fa comprendere che dobbiamo fermarci e cercare di ri-capire, con tempi che non possiamo più immaginare di gestire, almeno non nell’immediato. Non si può neanche riprogrammare le mostre finché non si definiscano i termini temporali della questione, perciò immagino che ideare gli antidoti alle conseguenze economiche, sia ancora più difficile. Un fondo statale, pubblico o privato? E in quali modalità? E le mostre cambieranno come cambieranno gli appuntamenti della filiera economica dell’arte? In meglio o in peggio? Cosa sarà il meglio e il peggio dopo il corona virus (perché ci sarà un prima e un dopo)? Secondo quali parametri verrà definito? Quali saranno i nuovi paradigmi e le nuove coordinate del nostro lavoro? Purtroppo non possiamo dirlo adesso o forse neanche cercare di immaginarlo.

Io nella mia esperienza ho di nuovo potuto costatare l’importanza della comunità coesa e penso che il concetto di comunità e di condivisione possa essere un attore importante per il prossimo futuro, sia sotto il profilo di categoria contrattuale, che per una nuova sentita creatività.

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