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Ripercorriamo le tappe che hanno trasformato la bergamasca nell’epicentro della pandemia. Nemmeno di fronte all’avanzata inesorabile del Covid-19 le fabbriche sono state fermate. Anche a causa delle scelte di Confindustria e Regione, nel nome del profitto ad ogni costo

«Come Confindustria ci stiamo “battendo” affinché nelle nostre fabbriche tutto questo finisca il prima possibile, che almeno sotto l’aspetto lavorativo si torni quanto prima a una “normalità” perché siamo da sempre certi che le nostre fabbriche siano i posti più sicuri dove stare, perché siamo da sempre sicuri che le norme di sicurezza sanitaria che ognuno di noi ha messo in atto ci permettono di lavorare in assoluta tranquillità, perché siamo sicuri che per ognuno di noi ancor prima del profitto quello che da sempre ci contraddistingue è la tutela del benessere dei nostri collaboratori, che da sempre per noi sono il “bene” più prezioso delle nostre aziende». È un brano della lettera che Claudio Schiavoni, presidente di Confindustria Marche Nord, ha scritto ai suoi associati in occasione delle feste pasquali.

Dopo oltre 50 giorni di lockdown e contagi, se ovviamente non abbiamo elementi per dubitare della buona fede di Schiavoni, ne abbiamo però a sufficienza per ritenere che in Italia durante l’esplosione del coronavirus una parte degli imprenditori non ha affatto anteposto «la tutela del benessere dei loro collaboratori» al «profitto». Ripercorriamo questa vicenda per gradi: è importante che non venga rapidamente dimenticata quando nel dibattito pubblico la gestione dissennata della crisi sanitaria verrà oscurata dall’attenzione rispetto alla ripresa, alla fase due.

Il 28 febbraio l’Associazione degli industriali bergamasca diffondeva un video intitolato “Bergamo is running”, Bergamo sta correndo, col quale…

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