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La presunta superiorità della civiltà occidentale è stata un’idea diffusa anche nell’anarchismo e nel marxismo. Fu una donna esiliata in Nuova Caledonia a ribaltare, nell’Ottocento, questa visione etnocentrica: Louise Michel. È lei la protagonista del nuovo libro di Carlos Taibo

Quando guardiamo alle pratiche politiche degli “altri”, dobbiamo porre molta attenzione a non comportarci in modo etnocentrico e pensare che la “nostra” visione di società libertaria, sia unica ed esportabile in tutto il mondo. È giunto il momento di fare una reale riflessione post coloniale sul come, anche nelle idee della sinistra, nell’anarchismo e nel marxismo, per più di un secolo e spesso ancora oggi, si è pensato che queste dottrine fossero giuste ed esportabili tout court in tutto il mondo, ma soprattutto per troppo tempo si è ragionato in maniera eurocentrica sulla produzione di pensiero politico, senza capire che altre culture avevano già sviluppato anche se in modi diversi concetti come libertà, uguaglianza, muto appoggio e democrazia. Per fare questa riflessione ci aiuta un libro appena uscito per l’editore Zero in condotta di Carlos Taibo, Anarchici d’oltremare. Anarchismo, indigenismo, decolonizzazione. Un testo completo dove l’autore analizza tre grandi temi: la condizione degli anarchici che dall’Europa viaggiarono oltremare, la spontaneità delle pratiche libertarie di molte comunità indigene d’America, Africa, Asia e Oceania e la necessità di decolonizzare una volta per tutte il pensiero anarchico, ancora troppo debitore alla presunta modernità europea e occidentale.

Nel testo l’autore afferma che anche l’anarchismo è stato portatore, sebbene in modo molto singolare, di approcci coloniali; per molti anni sia marxisti che anarchici erano convintamente evoluzionisti e credevano che l’apice dell’evoluzione risiedesse proprio nella modernità e nella civilizzazione europea – non quella capitalista sia chiaro – ma comunque, si rifacevano a quelle idee che erano state prodotte da maschi, bianchi ed europei. Per quanto critici della modernità capitalista, anarchici e comunisti per parecchie decadi non hanno riconosciuto altre forme di conoscenza al di fuori della loro, riproducendo spesso le stesse logiche inerenti al capitalismo.

Anarchismo e marxismo sono stati complici nell’aver colto le virtù del progresso e dello sviluppo economico, stregati dalla bontà della scienza, della tecnologia e del lavoro e sono stati sostenitori della superiorità della civiltà occidentale, oltre che promotori della marginalità delle donne e di uno sguardo antropocentrico.
Per Marx la colonizzazione rappresentava un passo decisivo per il progresso del pianeta nella misura in cui doveva permettere di farla finita con le strutture arcaiche proprie delle società colonizzate, prevedeva uno sviluppo capitalista inteso come l’anticamera del socialismo, non esisteva nell’800 una reinterpretazione del marxismo o meglio, una lettura del comunismo autoctona-indigeno con denominazioni non europee. Sia Engels che Marx credevano nel progresso della civiltà nei confronti delle società considerate “selvagge”.

Ma che cosa significa modernità occidentale? Il primo segno della modernità è la produzione di un ordine mondiale segnato da divisioni e gerarchie entro le quali si evidenziano di sicuro, e in posizione principale, quelle che riguardano le donne. Il consolidamento di un ordine fu implementato sicuramente dall’istituzione statale e dal sistema capitalistico, che assegnarono ogni priorità all’interesse individuale, difendendolo attraverso vari apparati repressivi. In secondo luogo la modernità postulò la subalternità della natura rispetto alla figura dell’uomo – quella scelta antropocentrica che oggi ci fa vivere nell’epoca dell’antropocene – nell’intendimento che tale uomo non fosse altro che l’europeo o l’occidentale, il quale, grazie al concorso della scienza e della tecnica, ha avuto la presunzione di ergersi a paladino di un progresso costate e lineare, un uomo dunque, cui viene riconosciuta una chiara superiorità rispetto al resto degli esseri umani e ovviamente degli animali.

Questa idea di superiorità si traduce così nella necessità impellente della negazione dell’altro, inteso come colui che è privo di conoscenza e capacità inventiva al cospetto del carattere innovatore dell’europeo; questa visione rivela l’incapacità di saper cogliere e apprezzare altre forme sociali e culturali per accettarne l’influenza. Il mondo era visto come organizzato attorno a un centro denso di capacità e una periferia che ne risulterebbe priva. Molti autori post coloniali, uno su tutti, Fausto Reinaga nel suo celebre testo La revolución india, ci parla di come lui, comunista, abbia vissuto il marxismo d’importazione europea come una seconda colonizzazione e da lì …

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L’autore Andrea Staid è docente di antropologia culturale e visuale presso la Naba di Milano, direttore della biblioteca/antropologia Meltemi editore e co-direttore di Field work-travel writing Milieu edizioni

Illustrazione di Vittorio Giacopini

L’articolo prosegue su Left in edicola dall’1 maggio

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