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«Gli imputati sono persone, non fascicoli», dice Gianrico Carofiglio che ne “La misura del tempo” attraverso le parole del suo personaggio, l’avvocato Guerrieri, affronta il rapporto tra etica e diritto. E aggiunge: «Parlare chiaro significa rispettare chi ci sta davanti»

Un libro che narra una sfida processuale dall’esito sorprendente e ci offre l’opportunità di riflettere su temi importanti: il rapporto con il tempo, la pluralità dei punti di vista, il dubbio, il pericolo della disumanizzazione della giustizia. È La misura del tempo, edito da Einaudi, l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio che dopo lunghi anni in magistratura e in politica, ora si dedica a tempo pieno alla scrittura.

Carofiglio il tema del “tempo” ricorre spesso nelle riflessioni del suo personaggio, l’avvocato Guido Guerrieri. Mi colpisce quando dice che la sensazione del passare del tempo sembra accelerare con l’avanzare dell’età, perché diminuisce la capacità di stupirsi, tipica dei più giovani. Possiamo opporci a questo fenomeno apparentemente ineluttabile?

Interrogandosi verso la fine del romanzo su questo fenomeno paradossale e purtroppo molto comune e per certi aspetti terrorizzante, Guerrieri si risponde che l’antidoto è il recupero della capacità di stupirsi. Lo stupore non è altro che la capacità di guardarsi intorno, cioè di uscire dai meccanismi automatici che spesso regolano la nostra vita e che la rendono uniforme e grigia. Nel mondo intorno a noi ci sono sorprese continue se si hanno gli occhi per vederle. La questione ha a che fare con lo sguardo: Proust diceva che il vero viaggio di scoperta non è vedere posti nuovi ma avere occhi nuovi, e questa credo che sia un’affermazione molto adatta per illustrare questo concetto.

Nel libro lei dà grande importanza al “dubbio” e alla pluralità dei punti di vista. Cita il film Rashomon di Kurosawa, dove più persone danno una versione diversa dello stesso fatto, e per ognuna di esse quella è la verità.  Non c’è il rischio di un impasse della conoscenza?

La complessità è qualcosa con cui dobbiamo confrontarci perché altrimenti ci travolge. Le vicende umane sono entità complesse per le quali non esiste un solo punto di vista, ma questo non significa che si debba rinunciare alla possibilità di arrivare a una verità condivisa. Il dubbio è uno strumento fondamentale per arricchirci ed imparare, perché se io sono sicuro di tutte le mie convinzioni e non accetto di metterle in dubbio, rimarrò completamente immobile. Il dubbio è lo strumento che fa funzionare la macchina dell’intelligenza ed è sicuramente un mezzo per migliorarci.

Come avvocato, ho amato molto la lezione che Guerrieri fa ai nuovi magistrati, quando parla di etica e li mette in guardia dal pericolo di “disumanizzare” gli imputati, di considerarli come dei fascicoli. Le conseguenze della disumanizzazione, soprattutto da parte di chi decide sulla vita degli altri, possono essere terribili. Mi è tornato in mente  Mitscherlich La medicina disumana che racconta come psichiatri e medici tedeschi durante il nazismo abbiano cancellato l’aspetto umano dei malati psichiatrici e dei disabili permettendone l’eliminazione. Secondo lei come si può evitare tutto questo?

In tutti i lavori, ma in alcuni in particolare, come quello del giudice e dell’avvocato, entriamo in rapporto con esseri umani, non con fascicoli e dossier. È ovvio che non puoi essere empatico nei confronti di ogni singolo caso. Se sei un magistrato e hai la stanza piena di fascicoli li devi smaltire altrimenti rischi il procedimento disciplinare ma devi sempre tenere presente che dietro le carte ci sono delle persone. Sembra un po’ retorico ma è la chiave di tutto. Ricordo una cosa che mi disse mio padre, avevo 27 anni, avevo da poco finito il mio tirocinio ed ero in procinto di partire per la mia prima sede, la Pretura di Prato, e lui mi disse molto semplicemente: «Non ti scordare mai che quelli con cui hai a che fare sono delle persone». Lui era un uomo di poche parole, faceva l’ingegnere, non era loquace ma questa frase mi è rimasta impressa in maniera irrevocabile.

Lei ha portato i suoi libri in carcere. Ci racconta qualcosa di questa esperienza?

È stata un’esperienza molto intensa, ho fatto quasi sempre incontri con persone sottoposte a lunghe pene detentive che erano in carcere da tanti anni, il tipo di detenuti di cui mi occupavo come Pubblico ministero quando erano imputati. Ti trovi a parlare con persone che magari hanno fatto cose inaudite, con le quali oggi discuti di libri come se stessi parlando con un professore di letteratura, in certi casi con una profondità, una ricchezza, un’originalità fuori del comune. Naturalmente c’è di tutto, però si scopre che riserve di umanità ci sono anche in chi ha fatto cose deprecabili.

Lei ha la capacità di comunicare attraverso la scrittura in maniera forte ed efficace, con uno stile semplice e un sapiente uso delle parole. È anche un grande lettore e tiene seminari sull’uso della parola. Quanto è importante saper usare le parole giuste?

L’uso corretto delle parole è fondamentale da un punto di vista etico. Parlare chiaro significa rispettare chi ci sta davanti, bisogna utilizzare la lingua per comunicare e non per frapporre ostacoli ed esercitare un potere antidemocratico. Dove c’è un’oscurità non necessaria la democrazia è in difficoltà e questo vale nel mondo dei giuristi, della burocrazia e anche della politica.

In questo periodo di quarantena alcuni hanno avuto più tempo per dedicarsi alle attività amate, come ad esempio la lettura. C’è un libro che si sente di consigliare?

Io penso che la lettura sia un fatto anarchico: si prende un libro, si comincia e questo ti suggerisce altro.

Io consiglierei libri umoristici, non per alleggerire ma per dare prospettive. L’umorismo per me è una cosa che assomiglia molto alla capacità di praticare il dubbio. Il senso dell’umorismo e la capacità di esercitarlo, soprattutto su noi stessi, è una questione di igiene morale. C’è un proverbio, credo ebraico, che dice che la capacità di ridere è per l’anima quello che il sapone è per il corpo. Suggerisco un romanzo autobiografico di uno scrittore americano che a me piace molto: Bill Bryson, Vestivamo da Superman, che racconta la sua infanzia negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, un’epoca di grande ottimismo, di speranza nel futuro. È un romanzo che sa far ridere, ma è anche un racconto nostalgico e a tratti commovente.

L’intervista prosegue su Left in edicola dall’1 maggio

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