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Nonostante le ripetute smentite dell’intelligence e dell’immunologo Anthony Fauci che guida la task force anti pandemia, il presidente Usa tenta in ogni modo di attribuire a Pechino la responsabilità della diffusione del virus. Pensa così di vincere le elezioni

«Chinese virus». «Wuhan virus». Sono i due nomi che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha utilizzato per identificare il Covid-19 durante la pandemia ancora in corso. A inizio maggio il segretario di Stato Mike Pompeo ha affermato pubblicamente che era in possesso di «prove enormi» a sostegno della teoria secondo cui il virus sarebbe fuoriuscito dall’Istituto di virologia di Wuhan, una tesi già proposta numerose volte dallo stesso Trump.
La teoria del complotto ha accompagnato tutto lo svilupparsi della pandemia. Durante una delle ultime conferenze stampa alla Casa Bianca, il presidente ha affermato di aver visto con i suoi occhi le prove di questa presunta manipolazione cinese della diffusione del virus, aggiungendo che l’Organizzazione mondiale della sanità dovrebbe vergognarsi visto che sta praticamente facendo pubbliche relazioni per la Cina, come ha ricordato la Bbc. Questa serie di dichiarazioni quantomeno avventate ha spinto l’Office of the director of National Intelligence, cioè l’ufficio che supervisiona i servizi segreti statunitensi, a rilasciare una dichiarazione pubblica (evento rarissimo) in cui professa il suo appoggio alle teorie scientifiche che imputano all’evoluzione naturale l’origine del Covid-19. Una posizione ribadita anche dal presidente della task force contro il coronavirus negli Usa, il dottor Anthony Fauci, che ha ricordato come non sia ritenuto possibile dalla scienza che il virus provenga da una manipolazione di laboratorio.

Eppure, Donald Trump non cede. Le premesse d’altronde non erano buone: durante tutto il suo mandato alla Casa Bianca i rapporti con Pechino sono stati a dir poco travagliati, basti pensare ai famosi dazi sulle importazioni. All’inizio della pandemia sembrava che Trump avesse deciso di fare un’inversione a U della sua politica anti-cinese plaudendo alla reazione pronta del presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, nel fronteggiare questa inedita crisi. Una luna di miele che è durata ben poco. Ora Donald Trump minaccia ritorsioni finanziarie contro Pechino…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 15 maggio

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