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Casalmaggiore, provincia di Cremona. L’ospedale Oglio Po, abbandonato a se stesso dalle “riforme” della Regione, è riuscito a salvare moltissime vite umane durante la pandemia. Ecco perché i presidi della medicina territoriale vanno difesi e rilanciati

Casalmaggiore è un piccolo paese di 15.500 anime, in provincia di Cremona, Lombardia, Italia. Veniva chiamata “la Perla del Po”, per la simbiotica vicinanza col grande fiume che con la sua voce ne scandisce le piene annuali che invadono le golene. Noi casalaschi, ci consideriamo fondamentalmente “apolidi”; ultimo lembo di territorio lombardo, in provincia di Cremona, da cui distano 40 km, 4 Km dalla provincia di Mantova e 3km dall’Emilia Romagna. Per fortuna, nei secoli, ci siamo contaminati con tutte queste culture, dialetti e tradizioni, imparando anche a gestire servizi a scavalco di province, come capita a chi vive sul confine. Il nostro comprensorio si chiama Oglio Po, comprende 90mila abitanti divisi in tanti piccoli comuni compresi tra le province di Mantova e Cremona.

Un modello sanitario ai tempi della Usl 50-52

La nostra vecchia Usl 50-52 era un modello gestionale perfetto per il nostro territorio, condotto da sindaci illuminati, che leggevano il territorio e i bisogni primari dei cittadini. Come logica conseguenza nel 1992 nacque il presidio Ospedaliero Oglio Po, un ospedale voluto e costruito ex novo negli anni 80 per chiudere tre piccoli ospedali di zona (Casalmaggiore, Viadana e Bozzolo) e creare un Presidio Ospedaliero per acuti a servizio di un territorio (basso cremonese e basso mantovano) assolutamente decentrato (40-45 Km dai capoluoghi), con infrastrutture stradali di collegamento insufficienti e sprovvisto di servizi di base e di emergenza. I primi anni furono di assoluta efficienza, era l’ospedale di una Asl autonoma, la 50/52 della Lombardia, con il territorio a scavalco tra le Province di Cremona e Mantova, una grande intuizione politica. Poi nel 1995 arrivò lui, Roberto Formigoni detto il “Celeste”, e con l’entrata in vigore della legge 31/1997 della Regione Lombardia, sfasciò tutto.

Formigoni e il “modello lombardo”

La legge citata abolì l’Asl 50/52 e divise nuovamente il territorio nelle due Asl di Cremona e Mantova (l’Ospedale ed il casalasco con Cremona, Viadana e Bozzolo con il territorio mantovano con Mantova) . Cominciò a prender vita il famigerato modello lombardo: soldi ai privati (oggi il 46% dell’offerta, per circa 8 miliardi annui su 16 complessivi in bilancio sulla sanità ), accentramento degli investimenti e dei servizi in ottica Milanocentrica, Brianzocentrica o dove comunque votassero tante persone. Cominciò per il nostro ospedale un devastante blocco del turnover medico-infermieristico, che comportò una grande perdita di organici e il mancato rinnovo dei primariati, via via scoperti per pensionamenti o trasferimenti. Nel 2015 la Regione Lombardia varò la legge di riordino della sanità, la 23/2015, con la quale si sono abolite le Asl lombarde e si sono istituite le Ats (Agenzie Tutela Salute) e le Asst (Aziende Socio Sanitarie Territoriali): per il nostro territorio, in particolare, è stata istituita la Ats Val Padana che vede riunito il territorio ex Asl di Cremona (Crema, Cremona e Casalmaggiore) con quello dell’ex Asl di Mantova, e le Asst di Crema, Cremona e Mantova. Per effetto di questo riordino il presidio ospedaliero Oglio Po è rimasto di pertinenza dell’Asst di Cremona, l’Ospedale di Bozzolo dell’Asst di Mantova ma sono stati aboliti i vecchi Distretti Sanitari di Casalmaggiore e di Viadana ed il territorio casalasco viadanese è stato di nuovo riunito in un unico Ambito Distrettuale chiamato “Area interaziendale territoriale socio sanitaria casalasco viadese”.

La mobilitazione per l’ospedale Oglio-Po

Tutto risolto quindi? Per niente, la nuova creatura non ebbe mai un budget, una definizione delle competenze, una politica interaziendale seria, restò una scatola vuota, ancora esistente. Uno dei riflessi più drammatici, fu quella del punto nascita dell’Ospedale Oglio Po, che vide negli anni calare la sua attività con un numero di parti inferiore al numero critico di 500 per anno stabilito dall’Accordo Stato Regioni del 2010. Furono concesse alcune deroghe, anche perchè gli ospedali più vicini (Cremona a Mantova) erano a 40km, ma la situazione negli anni, senza investimenti, turnover e per una precisa scelta politica precipitò. Ad ottobre 2018, nonostante una forte mobilitazione popolare, raccolta di 15mila firme da parte del Comitato per la difesa e il rilancio dell’ospedale Oglio-Po – mai ricevuto dall’assessore regionale alla Sanità Giulio Gallera – la sottoscrizione di un documento da parte di quasi tutti i sindaci dell’Oglio-Po, un’audizione in Regione Lombardia presso la commissione Sanità, il Punto nascite veniva chiuso con Delibera regionale 267 del 28/06/2018.

Il coronavirus e l’assenza di presidi di medicina territoriale

Poi, come qualche volta succede nei film, il colpo di scena, il fattore imprevisto, la tempesta perfetta: il coronavirus. I numeri lombardi sono drammatici: 84844 contagiati, 15519 decessi, la provincia di Cremona con 6323 contagiati e 1082 deceduti, saldamente al quarto posto in regione. Il famoso “modello lombardo” si sfalda, smantellato e stremato dalle riforme Formigoni e Maroni, che hanno di fatto cancellato i presidi di medicina territoriale a favore delle super-cliniche private, indebolito ospedali strategici e di confine come il nostro Oglio Po, privilegiato il business del privato convenzionato, rispetto ai costosi e non remunerativi posti di terapia intensiva o ai pronti soccorso, di cui è sprovvisto. Medici di base abbandonati a se stessi, inermi e disarmati a curare persone gravemente malate, senza inizialmente poter richiedere tamponi e test diagnostici specifici per il Covid-19. Nessuno può credere realisticamente ai numeri di contagiati che vengono forniti quotidianamente dai vari enti preposti, pensando solo alla sua cerchia di conoscenti. Così come nessuno può pensare, che i residenti delle Rsa, spirati senza essere stati testati con tampone, non abbiano avuto niente a che fare col virus . Tamponi e test sierologici a personale sanitario e assistenziale, leggi Rsa, in ritardo, per asintomatici a contatto con ex contagiati, prima nemmeno a parlarne, oggi, tra mille difficoltà e tempi biblici di attesa. Presidi di protezione, leggi mascherine, introvabili per i cittadini per lungo tempo, ma con l’obbligo “regionale”di portarla.

Un ospedale da rilanciare

Di fronte a tutto ciò, una sola certezza , che ribadiamo con forza da anni: il ruolo fondamentale dell’Ospedale Oglio Po. Il nostro nosocomio, pur indebolito da anni di scelte politiche regionali e aziendali, ha accolto e curato tantissime persone, salvando moltissime vite. Dovremo essere eternamente grati al personale medico, infermieristico, assistenziale , per l’abnegazione, la professionalità, la sensibilità e il coraggio con cui hanno prestato la loro opera. Senza di loro non ce l’avremmo fatta. Una nuova consapevolezza, di fronte a questa tragedia, si è fatta largo tra i Casalaschi. Il nostro ospedale va rilanciato, il modello lombardo, come attesta anche il ministero della Salute, non esiste e forse non è mai esistito, e gli investimenti vanno reindirizzati verso la sanità pubblica, l’unica che di fronte a simili calamità si accolla il peso di salvare i cittadini, nonostante i danni causati da scelte politiche miopi o peggio. I Casalaschi non abboccheranno più.

Pierluigi Pasotto è consigliere di opposizione della lista Cnc (Casalmaggiore la nostra casa)

Per approfondire, leggi  Left del 15 maggio 2020

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