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Le strategie per una ripartenza solidale. La necessità di un Green new deal. L’austerity da rifiutare una volta per tutte. Abbiamo chiesto a quattro eurodeputati di sinistra se e in che modo sia possibile uscire dalla crisi economica e sanitaria mettendo al centro i diritti e il benessere delle persone

Quasi tre mesi fa, l’Italia era il solo Paese europeo ad essere colpito dal coronavirus e a predisporre il lockdown. Da allora, il virus ha assunto la forma di una pandemia globale e ha colpito in varia misura tutti i Paesi europei. Alla drammatica crisi sanitaria si è aggiunta una crisi economica e sociale di dimensioni mai viste prima in Europa in tempi di pace: in alcuni Paesi si prevede una contrazione di oltre il 10% del Pil oltre ad un enorme aumento del debito pubblico, della disoccupazione e della povertà. L’Organizzazione internazionale del lavoro prevede che l’equivalente di 305 milioni di posti di lavoro andranno persi nel primo semestre di quest’anno in tutto il mondo, creando un esercito di disoccupati.

La questione, ormai onnipresente nel dibattito europeo, è quella del dove trovare i soldi per sostenere i costi del contenimento dell’epidemia, sostenere l’economia e proteggere le popolazioni. Per alcuni Paesi dell’Europa meridionale, particolarmente colpiti dall’epidemia e la cui situazione finanziaria era già relativamente fragile, questo problema è ancora più urgente. A livello europeo sono state proposte diverse soluzioni e le istituzioni europee stanno lavorando a una risposta comune e a una strategia per finanziare la ripresa. Le tensioni vissute qualche anno fa dopo il crollo finanziario del 2008 sono riemerse in seno al Consiglio e all’Eurogruppo, dove è riesplosa una battaglia tra i Paesi “fiscalmente virtuosi”, guidati da Germania e Olanda, e una coalizione di Paesi con un debito generalmente più elevato, tra cui Italia, Spagna e Francia. Qualche giorno fa, la Francia e la Germania hanno annunciato un fondo di rilancio di 500 miliardi di euro finanziato grazie a un debito europeo comune, ma diversi Paesi rimangono ad oggi ostili a questa proposta. Da questo caotico e poco trasparente dibattito, una cosa sembra certa: la “solidarietà europea” è ancora lontana dall’essere una realtà.

Come tutte le crisi, e forse più delle passate, quella che stiamo vivendo ci porta a mettere in discussione il modello di società in cui viviamo. Al contempo, come tutte le crisi, è anche un’opportunità per le forze dominanti di imporre le proprie ricette. Sappiamo fin troppo bene come si è conclusa la crisi del 2008: dopo aver speso miliardi per salvare le banche, i governi europei, l’Ue e la Troika hanno imposto misure di austerità – tagliando servizi pubblici e spesa sociale – ai popoli d’Europa. Una domanda cruciale è quindi oggi di fronte a tutte le forze della sinistra europea: chi pagherà il prezzo di questa nuova crisi e quali saranno le implicazioni per i popoli d’Europa?

Aurélie Dianara, ricercatrice in Storia internazionale, e Giuliano Granato, laureato in Relazioni internazionali, entrambi coordinatori nazionali di Potere al popolo, hanno dato la parola a quattro eurodeputati di diversi Paesi, membri del gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica Gue/Ngl: Manon Aubry (France insoumise), Marc Botenga (Parti du travail de Belgique), Özlem Demirel (Die Linke) e Sira Rego (Izquierda unida).

Fin dall’inizio della pandemia l’Europa è stata molto criticata per la sua incapacità di formulare una risposta collettiva, rapida e proporzionata alle sfide che dobbiamo affrontare. Dal vostro punto di vista di eurodeputati, l’Ue è in parte responsabile della crisi attuale? Quanto si sta mettendo in discussione?

Manon Aubry: Una parte di responsabilità dell’Ue, in ogni fase della crisi, è innegabile. Il moltiplicarsi delle epidemie è legato alla deforestazione e alla perdita di biodiversità, a cui l’Unione contribuisce in particolare attraverso i suoi accordi commerciali. I servizi sanitari pubblici di Italia, Spagna e Francia sono stati prosciugati da anni di austerità raccomandata dalla Commissione Europea. La delocalizzazione e il libero mercato hanno minato la nostra sovranità industriale, in particolare nel campo dei medicinali o dei dispositivi di protezione individuale, costringendo gli Stati membri a combattere tra loro per far fronte alle proprie carenze. Dopo tanti anni passati a minare la reale solidarietà tra i Paesi europei, l’Ue è stata totalmente incapace di coordinare, pianificare e organizzare una risposta sanitaria ed economica comune alla crisi. Gli appelli all’Unione a mettersi in discussione arrivano da tutte le parti, ma alcuni leader hanno un udito selettivo. La sospensione del Fiscal compact, impensabile prima della crisi, è stata attuata ma solo temporaneamente. Ma di fronte al muro del debito, i tabù della mutualizzazione e della cancellazione devono ora essere superati. Le condizioni di lavoro delle professioni essenziali, spesso femminilizzate (cassieri, assistenti sociali, ecc.) sono inaccettabili per tutti, ma il loro reale miglioramento non è affatto garantito. La pericolosa fragilità del sistema produttivo globalizzato è evidente a tutti, ma la Commissione continua a negoziare accordi di libero scambio con il Messico e gli Stati Uniti nel pieno della crisi.

Marc Botenga: L’Unione europea ha una duplice responsabilità, da un lato quella dell’austerità e dall’altro quella della mercificazione dell’assistenza sanitaria. L’austerità ha portato molti Stati a tagliare i sistemi sanitari pubblici. Il sistema ospedaliero francese era in crisi anche prima della pandemia. In Italia, dal 2010, c’è stata una continua riduzione del budget del sistema sanitario nazionale. Tra il 1998 e il 2017, il Paese ha perso circa 120mila posti letto. D’altra parte, le regole del mercato interno e sugli aiuti di Stato spingono fortemente i Paesi a liberalizzare, cioè a trasferire al settore privato, interi settori del loro sistema sanitario. Avremmo sperato che i dogmi dell’austerità fossero stati messi in discussione, ma purtroppo è molto chiaro che la sospensione del Patto di stabilità sarà solo temporanea. In altre parole, oggi lo sospendono per inviare enormi quantità di denaro alle grandi imprese, ma domani lo ripristineranno e pretenderanno che sia il momento “per tutti” di fare sforzi, di stringere la cinghia. Questo è un discorso che sentiamo fare già oggi dalla Commissione europea, ma anche a livello nazionale da molti partiti.

Özlem Demirel: Sì, l’Ue «ha fatto troppo poco, troppo tardi», come ha ammesso la presidentessa della Commissione von der Leyen in un recente dibattito in plenaria. Ma la pandemia è esplosa anche a causa di sistemi sanitari intaccati negli anni. Nel contesto del semestre europeo, nel periodo dal 2011 al 2018, la Commissione europea ha chiesto in 63 occasioni agli Stati membri di ridurre o privatizzare i propri sistemi sanitari. Queste misure e l’orientamento neoliberista dell’Ue stanno costando vite umane. Tuttavia, non riesco a vedere una nuova consapevolezza delle istituzioni. Non è maturato ancora un allontanamento netto dalle politiche di austerità. Per ora, il Patto di stabilità non è stato messo radicalmente in discussione. Assistiamo ad una sospensione temporanea che non è in contraddizione con i trattati.

Sira Rego: C’è una certa consapevolezza della responsabilità della crisi attuale, ma è ben lungi dall’essere una consapevolezza collettiva. Da un lato, troviamo un blocco di Paesi i cui governi sono molto più consapevoli della situazione, poiché sanno che la crisi li colpirà con maggiore intensità. La Spagna è uno di questi Paesi. Chiede una via d’uscita dalla crisi basata sulla solidarietà e sulla protezione dei servizi pubblici e sociali, una via d’uscita in cui l’Ue deve assumere una grossa parte del debito consentendo agli Stati membri di garantire condizioni di vita dignitose per tutti. Poi ci sono Stati come i Paesi Bassi o la Germania che portano avanti posizioni molto più conservatrici volte ad imporre soluzioni “individuali”, senza considerare la situazione di partenza di altri Stati membri. Essi incolpano Paesi come la Spagna, l’Italia o la Grecia di non aver “fatto i compiti a casa”, quando sono perfettamente consapevoli delle sofferenze che hanno subito a causa delle politiche di austerità draconiane imposte loro dall’Ue, in particolare dopo la crisi del 2008.

Molto è stato detto nelle ultime settimane sugli Eurobond, il Meccanismo europeo di stabilità, il Recovery fund. Altre idee sono state avanzate: debito perpetuo, helicopter money, cancellazione o monetizzazione del debito, e così via. Quale sarebbe la soluzione più adatta per non far gravare ancora una volta il peso della crisi sulle spalle delle classi lavoratrici europee?

Marc Botenga: Possiamo mettere in campo diversi strumenti economici, ma ciò che conta davvero è unire la solidarietà tra i va…

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