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Al via tra ritardi, polemiche sulla sicurezza e aumento dei costi per le famiglie, i centri estivi potrebbero essere pensati come un laboratorio in vista del rientro settembrino a scuola. Ecco cosa rappresentano le “attività ludico-ricreative” per bambini e adolescenti

Una prova generale per l’apertura della scuola? Chissà. Si chiamano centri estivi ma in effetti sembrano essere dei veri e propri laboratori in cui si sperimenta lo stare insieme, minori e adulti, in vista del rientro nelle aule a settembre. Solo che in questo 2020 segnato dal Covid-19 non è facile organizzare le cosiddette attività ludico-ricreative per bambini e adolescenti. Per molti motivi: la necessità di sicurezza per i minori e gli adulti da assicurare attraverso spazi ad hoc, dispositivi di protezione individuale e distanziamento fisico, ma anche la necessità di professionalità da parte degli operatori soprattutto quando gli ospiti dei centri sono bambini e adolescenti che durante il lockdown sono rimasti indietro o si sono persi del tutto, nel flusso della didattica a distanza.

Fatto sta che l’apertura dei centri estivi per i minori dai 3 ai 17 anni, attorno al 15 giugno a seconda delle regioni, si carica di tensioni, di conflitti sotterranei tra ministeri, di responsabilità che gravano sulle spalle di chi poi i centri li deve gestire e controllare. Le famiglie poi si troveranno di fronte a quote raddoppiate se non triplicate, come racconta l’assessora alla Scuola di Padova Cristina Piva: «I costi aumenteranno per via dei dispositivi di sicurezza e del servizio di pulizia e per l’aumento del personale che serve per garantire il triage e l’arrivo e l’uscita scaglionati e con distanziamento dei genitori». I fondi a disposizione per tutto il Paese sono i 150 milioni stanziati nel decreto Rilancio del 19 maggio, oltre al bonus baby sitter che può essere impiegato nei centri estivi. È evidente poi che ci si è mossi in ritardo, visto che le linee guida emanate dal ministero della Famiglia sono del 15 maggio. Con così poco tempo a disposizione le amministrazioni locali sono state messe a dura prova.

«La difficoltà dei Comuni è quella di riuscire a dare una risposta concreta alle persone che utilizzano una normativa che a volte sembra lontana dal bisogno concreto delle persone», sintetizza Marta Nalin, assessora alle Politiche sociali di Padova che insieme alla collega Piva si occupa dell’organizzazione dei centri estivi del comune veneto guidato dal 2017 dal centrosinistra. Attorno ai centri estivi ruotano molti soggetti: gli enti locali, le cooperative sociali, le associazioni, i gestori privati. Insomma, un mondo, e adesso, in questa situazione, i nodi al pettine sono molti.

Le linee guida varate dalla ministra della Famiglia Elena Bonetti «per la gestione in sicurezza di opportunità organizzate di socialità e gioco per bambini ed adolescenti nella fase 2 dell’emergenza Covid-19», pur redatte d’intesa con i ministeri del Lavoro, Istruzione, Salute, Politiche giovanili e anche con Anci e Conferenza delle regioni e con le raccomandazioni del Comitato tecnico scientifico della Protezione civile, sono apparse…

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 5 giugno

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