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Alcune regole imposte dalla didattica a distanza discriminano gli studenti più poveri, chi non ha un pc o l’accesso a una connessione adeguata. C’è da chiedersi se con questo modo di fare istruzione, asettico e privo di contatto umano, non si stia violando la Costituzione

In un libro che ha ancora tanto da insegnarci nonostante la sua presunta aura di illeggibilità, l’Ulisse di James Joyce, il giovane insegnante Stephen Dedalus dichiara che Socrate ha appreso dalla propria madre, «l’arte di mettere al mondo i pensieri». Come meglio descrivere quella Magistra universalis, la maieutica tanto cara al maestro di Platone? Tre parole, ovvero tre iniziali: Mum. Un acronimo che ahimè non inonda il trito discorso pubblico sull’istruzione come tanti altri tecnicismi sterili di questi giorni. Sembrerebbe solo una fredda sigla; eppure in inglese, lingua che usiamo oramai tutti i giorni, starebbero anche per “mamma”. Esattamente come Dad, la famosa “didattica a distanza” che tanto fa entusiasmare alcuni tecnocrati del sistema educativo: una parola che a casa di molti, nel mondo, significherebbe anche e semplicemente “papà”.

Ora, è ingenuo forse, nell’età di internet e delle post-verità, credere ancora che a scuola e nelle università, le maestre e i maestri, le professoresse e i professori siano o debbano essere tante mamme, tanti papà per alunni e studenti che con loro passano una parte importante del proprio vissuto. Sembra un assunto generale, e come tutti gli assunti generali, sembra meglio talvolta eluderli e far finta che non esistano. Ma di tali assunti è fatta la nostra Costituzione, una delle più belle al mondo, ci dicono in molti, ma non sempre tra le più rispettate, nei suoi principi cardine.

Quanto all’istruzione, all’articolo 34 della legge principale dello Stato italiano leggiamo un principio assai generale e quasi beffardo nella sua causticità, se a leggerlo ora è chi fa scuola e università ai tempi del coronavirus: «La scuola è aperta a tutti». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in una sua più precisa articolazione e apprendiamo che «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».

Da professore, una simile spiegazione mi catapulta in una crisi d’identità. Proprio in questi giorni, ad esempio, prima degli esami universitari nel mio ateneo, alcuni studenti mi hanno…

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 5 giugno

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