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La questione irlandese e i suoi eroi, l’Ulisse di Joyce considerato come un manifesto per la democrazia e Shakespeare letto seguendo gli “infiniti mondi” di Giordano Bruno. Era un filosofo che provava meraviglia di fronte all’arte, alla scienza e alla rivoluzione

Gira in questi giorni in televisione, nei vari ricordi del filosofo Giulio Giorello, una sua frase eterodossa che suona quasi come un monito: «Penso che la filosofia debba tornare a occuparsi anche della musica». La pronunciò dopo aver parlato delle qualità matematiche di Bach. I riferimenti alla musica negli scritti di Giorello sono innumerevoli. Anche, e non sorprendentemente, alla musica irlandese.
Nel centenario dell’insurrezione di Pasqua del 1916 – il primo vero passo verso la parziale indipendenza dell’isola di smeraldo – ci ritrovammo anche con lo storico Riccardo Michelucci a Dublino per una conferenza commemorativa all’Istituto di cultura italiana. Finimmo in serata a O’Connell street per partecipare alla manifestazione “Reclaim 1916”, organizzata sotto l’egida di Sinn Féin.

La manifestazione, di fronte al luogo simbolo della rivolta e della brutale repressione inglese, si concluse con la performance del grande cantante di protesta Damien Dempsey che intonò la nota ballata “James Connolly”: «Lo seppellirono in quel verde giardino / con uomini del sindacato a ogni lato / che giurarono di formarne uno ancora più grande / per riempire d’orgoglio il nome di James Connolly».

Connolly fu fucilato dagli inglesi il 13 maggio del 1916, legato a una sedia perché incapace di stare eretto per via delle ferite subite in battaglia. Era tra i personaggi del repubblicanesimo irlandese preferiti da Giulio. E quelle parole cantate a gola tesa dal cantante proletario di Dublino nord, incontrarono i suoi occhi lucidi e determinati.
L’ultima volta che ci sentimmo fu a distanza, telefonicamente – io e Riccardo sempre a Dublino, in occasione delle ultime elezioni politiche. Gli chiedemmo di partecipare alla presentazione delle poesie di Bobby Sands, altro rivoluzionario irlandese da lui profondamente amato. E Giulio ci disse: «Per Bobby ci sono sempre».
I nostri incontri, tranne nel caso di un ricordo del suo maestro Geymonat all’Università per Stranieri di Perugia, sono sempre stati all’ombra della questione irlandese che lo appassionava intensamente. Il primo avvenne in occasione della presentazione di Storia del conflitto angloirlandese, un libro ardito in cui si presenta il caso irlandese in termini di genocidio. Nella sua prefazione, Giulio scrisse con la proverbiale pacatezza di un lucido e laico partigiano: «Non voglio entrare in merito sulla polemica se sia legittimo, nel caso irlandese, parlare di genocidio o addirittura di olocausto. L’autore di questo libro è convinto di sì, e ha dalla…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 26 giugno

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