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Riconversione ecologica, salvaguardia della salute, valorizzazione delle risorse agricole sono solo alcuni dei nodi cruciali da risolvere per impedire l’ulteriore marginalizzazione del Sud. Che vede allontanarsi sempre più investimenti e fondi europei

Che l’emergenza Covid sia stata e sia una delle principali questioni a cui chi governa deve dedicarsi è fuori di dubbio e nessuno lo contesta, anzi.
L’azione di governo, l’azione dei governi europei, l’informazione paiono concentrarsi da mesi solo ed esclusivamente attorno a quello che sembra essere l’unico problema o l’unica questione sul tavolo.
La vicenda di Mondragone, con le palazzine isolate dall’esercito perché ad alta concentrazione contagio, il fatto che le persone lì residenti siano “bulgare”, come se fosse una colpa, pare essere l’unico problema nazionale.
Proviamo a fare mente locale, andiamo proprio in quella zona a nord della Campania in cui si colloca, secondo i più, la Terra dei fuochi. In quel territorio si muore, oltre che di Covid, anche in giovanissima età, per i veleni sversati per decenni da multinazionali e criminalità organizzata con la connivenza delle molte amministrazioni che nei decenni si sono susseguite. In quella zona è ancora presente (si dice bonificata) la centrale nucleare posta sul fiume Garigliano. Secondo alcune testimonianze degli abitanti della zona le morti per tumore anche lì superano le concentrazioni normali presenti sul resto del territorio nazionale.

Nel tempo questa questione è stata affrontata in tre modi: il problema non esiste; è tutta colpa dei rifiuti sversati dagli abitanti nelle campagne; si muore non per inquinamento, ma per una errata alimentazione. Questa storia dell’errata alimentazione negli ultimi anni è diventata una specie di mantra con qualche piccola variante: ad esempio a Taranto gli abitanti del rione Tamburi non muoiono per le polveri sottili prodotte dall’impianto siderurgico, ma per “un loro cattivo stile di vita”. Cattivo stile di vita che ritroviamo anche in Basilicata dove non è l’inquinamento da idrocarburi a creare problemi alla popolazione, ma anche qui pessime abitudini alimentari.
Da anni cittadini, comitati, poche amministrazioni illuminate chiedono ai governi regionali e nazionali di intervenire su queste emergenze, di bonificare le aree, di non concedere più ad aziende senza scrupoli di ferire a morte i territori. È da anni che questi stessi soggetti chiedono che vengano stanziati fondi per queste aree del Sud Italia, ma cosa accade: si concedono altre autorizzazioni a società petrolifere in mare e sulla terra in particolare tra Basilicata e Taranto, si decide di creare un deposito unico nazionale di scorie nucleari in Basilicata.

Si dirà: “notizie vecchie”. Certo, “notizie vecchie”, ma emergenze mai risolte, tanto si sa, in Italia un’emergenza lava l’altra e al Sud in particolare le lava tutte ed ogni volta che pare esserci una destinazione di fondi che va verso Sud, ecco che puntuale arriva una qualche emergenza utile a dirottare fondi altrove.
Nelle scorse settimane, in piena emergenza Covid, per affrontare la programmazione e il coordinamento della politica economica è stata proposta la sospensione della regola di destinazione del 34% degli investimenti a valere sulle risorse ordinarie al Sud, nonché una diversa distribuzione dei fondi europei di sviluppo e coesione.
Teniamo conto che la legge sul 34% di investimenti da destinarsi al Sud ha vita breve, tanto breve che certamente non ha ancora avuto modo di incidere realmente sulle politiche di uno Stato da sempre strabico e da sempre ipnotizzato da una visione che vede una parte del Paese “locomotiva” e un’altra parte “vagone”, anche un po’ malandato.

Al Mezzogiorno, come sempre, non rimane che l’elemosina, in perfetta coerenza con la complessiva linea politica dei governi Conte e precedenti. Se il Conte 1 si è caratterizzato per il sostegno all’autonomia differenziata, il Conte bis, pur annoverando al suo interno numerosi ministri, oltre allo stesso presidente del Consiglio, provenienti proprio dalle regioni meridionali, si è caratterizzato e si caratterizzerà per la sottrazione al Mezzogiorno di quei finanziamenti che sarebbero stati necessari a rallentare e a restringere il divario di sviluppo tra Nord e Sud del Paese sempre e comunque in aumento.

Scelte che restano incomprensibili e irresponsabili perché, se una crisi è anche un’opportunità, da una crisi non si può che uscire insieme, tutelando tutti i cittadini, senza esclusioni né contrapposizioni territoriali.
Senza il Mezzogiorno non c’è ripresa che tenga e il Sud va concepito come una effettiva risorsa del Paese e non un luogo marginalizzato o solo come un mercato di sfruttamento e consumo.
L’unico modo per uscire dalle emergenze e diseguaglianze, da tutte, è la rimozione degli squilibri economici e infrastrutturali tra le regioni. È necessario mettere in sicurezza il carattere unitario e indivisibile della nostra Repubblica, già messo in crisi da modifiche costituzionali quali quella del Titolo V.
Tali modifiche hanno costituito terreno fertile per la richiesta di autonomia differenziata, altra sciagura nazionale.

In questa drammatica emergenza Covid, il transito alla Fase 2 ci consegna un’immagine distopica del futuro segnata anche da elementi di odio razziale, di matrice antropologica e biologica. Ecco perché è interessante articolare, a proposito di Sud e di aree marginalizzate del Paese, una proposta per “una nuova questione meridionale”.
Nel conflitto sempre esistente e mai estinto tra capitale e vita umana, i temi come: salvaguardia del territorio, inquinamento industriale, riconversione ecologica, valorizzazione delle risorse agricole pongono in modo nuovo il tema della salute, della difesa dell’ambiente, del lavoro/non lavoro, delle migrazioni, del reddito quale risposta al bisogno individuale della persona.

Oggi chi non vuole soccombere e far soccombere il Sud sotto il macigno di un potere costituito deve riprendere le fila di una discussione di cambiamento e di riscatto. Questo Sud così difficile e lacerato può rappresentare un terreno di sperimentazione politica e di politiche straordinario con la messa in discussione delle caratteristiche di fondo del capitalismo contemporaneo rivolto più alla conservazione e all’arricchimento dei capitali esistenti che non alla creazione di un benessere diffuso. Per superare la politica delle emergenze che ne cancellano altre non puntando mai alla risoluzione delle questioni, il Mezzogiorno d’Italia necessita di un progetto globale di sviluppo che parta da una vera e propria “Carta dei diritti del Sud” che incarni la vocazione di un’intera area vasta, che veda nella riconversione e nell’innovazione ambientale, nell’agricoltura e nel turismo settori di crescita ed occupazione. Per gli uomini e le donne che abitano il Sud è necessario costruire insieme il proprio futuro. Il luogo certamente può essere l’assise meridionale che si terrà l’11 luglio a Roma. Il titolo: Il meridionalismo che cambia.
Perché le emergenze non diventino questioni, e perché le questioni non vengano oscurate da altre emergenze.

Michele Dell’Edera e Loredana Marino fanno parte del Lab-Sud la riscossa del Sud che promuove per l’11 luglio a Roma (via Flaminia 53, ore 10.30) l’incontro Il meridionalismo che cambia. Diretta streaming sulle pagine Facebook di Transform! Italia e di Left.

L’articolo di Michele Dell’Edera e Loredana Marino è uscito su Left
del 3 luglio 2020

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