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Abusi, rappresaglie, pestaggi sarebbero stati compiuti da agenti penitenziari nei confronti di chi chiedeva tutele per la propria salute durante l’emergenza Covid-19. È quanto emerge dalle inchieste partite da esposti dell’associazione Antigone e dai familiari delle vittime

«Aiuto, mio padre è stato massacrato di botte», denuncia una ragazza con lacrime di rabbia per il papà detenuto a Santa Maria Capua Vetere. «Mio marito è stato picchiato, messo dentro un blindos in mutande, senza vestiti e senza niente», le fa eco una donna il cui compagno è nel carcere di Pavia. «Sono entrati gli antisommossa a massacrare di botte tutti i detenuti. Molte persone sono state accompagnate in cella perché non riuscivano a camminare», racconta la sorella di un altro ragazzo recluso a Opera, il carcere di Milano. Sono solo una parte, queste, delle testimonianze a seguito dei giorni caldi dell’emergenza coronavirus: i detenuti temevano che il contagio da Covid-19 potesse arrivare anche nei penitenziari e se questo fosse accaduto, sarebbe stata un’ecatombe. Da qui la richiesta di maggiori garanzie, spesso sfociate in rappresaglie che, tuttavia, sono state spesso sedate con pestaggi e violenze. «Quanto accaduto a marzo – spiega non a caso Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone – costituisce un unicum tragico della storia repubblicana, con le proteste, i morti, le rappresaglie. C’è stata una sottovalutazione dell’ansia e della disperazione che covava nelle carceri».

Secondo quanto risulta a Left, inchieste sono in corso in tutt’Italia, dopo i tanti esposti presentati ora dai familiari delle vittime ora da Antigone. Proprio dopo una dettagliata denuncia dell’associazione che si occupa dei diritti dei detenuti, a Santa Maria Capua Vetere sono finiti nel registro degli indagati 44 agenti penitenziari. È il 5 aprile quando si diffonde tra i detenuti la voce secondo cui lo spesino di reparto (l’addetto alla spesa) avrebbe contratto il Covid-19 (saranno alla fine accertati tre casi in carcere). Inevitabilmente scoppia la protesta: il sovraffollamento, d’altronde, non garantisce la benché minima sicurezza. Non a caso nel primo pomeriggio del 6 aprile il magistrato di sorveglianza va in carcere per capire le ragioni di quella protesta. E qui succede qualcosa di incredibile: secondo quanto emerge dagli esposti in mano alla Procura, appena il giudice va via, tra le 15 e le 16, circa 400 agenti fanno ingresso nelle sezioni del reparto “Nilo” (dove il giorno prima era scoppiata la rivolta), suddivisi in gruppi di sette agenti, in tenuta antisommossa e con il volto coperto da caschi. Alcuni poliziotti sarebbero entrati nelle celle e…

L’inchiesta prosegue su Left in edicola dal 10 luglio

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