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Le forze armate sono «complici del genocidio» messo in pratica dalle politiche del governo di Bolsonaro. In questa frase di un giudice della Corte suprema c’è la sintesi di ciò che sta vivendo il più grande Paese del Sud America dove sono ormai due milioni le persone affette dal coronavirus e circa 75mila quelle decedute per Covid-19. Ne abbiamo parlato con l’antropologo Yurij Castelfranchi

Ha toccato i due milioni di casi la sconcertante scia di contagi da coronavirus in Brasile. Circa 75mila sono i morti: è come se dall’inizio della pandemia fosse scomparso un intero quartiere di Roma o una cittadina grande quanto Asti o Caserta. Il più grande Paese del Sud America vanta ormai da diverse settimane un triste primato: vivono qui un quarto delle persone colpite ogni giorno dal Covid-19 nel mondo. E la diffusione non accenna a rallentare. Anzi. Nelle periferie urbane e tra i nativi che vivono nella foresta amazzonica è in atto un vero e proprio sterminio. È di pochi giorni fa la frase shock del giudice della Corte suprema, Gilmar Mendes, che ha accusato le forze armate di essere «complici del genocidio» messo in pratica dalle politiche adottate dal governo di Jair Bolsonaro la cui reazione non si è fatta attendere. Il ministro della Difesa, Fernando Azevedo, e i comandanti di Marina, Esercito e Aeronautica hanno rilasciato una nota in cui «ripudiano con veemenza» le parole del togato. In particolare Azevedo ha annunciato una denuncia al procuratore generale per l’adozione di «misure appropriate». Abbiamo chiesto all’antropologo e scrittore Yurij Castelfranchi, professore associato di Sociologia dell’Università federale di Minas Gerais, di aiutarci a capire qual è la situazione nel Paese sia dal punto di vista sanitario che socio-politico.

Alla luce dei dati sulla diffusione della pandemia, qual è il giudizio dei brasiliani sulle politiche di Bolsonaro?
Qui c’è un dibattito enorme sulle responsabilità di Bolsonaro e su quanto siano sporche di sangue le sue mani. Al punto che Hélio Schwartsman, un famoso giornalista e opinionista di uno dei maggiori quotidiani brasiliani, la Folha de S. Paulo, ha scritto un articolo intitolato “Spero che muoia”. È uscito pochi giorni fa suscitando uno scandalo nazionale. In realtà si tratta di un testo intelligente, ovviamente polemico, ma inappropriato secondo alcuni. Lui praticamente applica un principio etico della filosofia utilitarista che ai liberali e ai neoliberisti come Bolsonaro dovrebbe piacere. Se dobbiamo fare una scelta etica, dice Schwartsman, dovremmo preferire meno morti invece che più morti, meno dolore invece che più dolore. Un tipico principio filosofico utilitarista, appunto. E qui il giornalista fa questo ragionamento: quante persone continueranno a morire se lui non muore? Di qui il titolo provocatorio: “Spero che muoia”.

E cosa è successo?
Il ministro della Giustizia è intervenuto e ha chiesto alla polizia federale di procedere contro Schwartsman applicando una norma che si chiama legge di Sicurezza nazionale. Si tratta di una legge dell’epoca della dittatura militare che non è mai stata revocata per una serie di motivi tipici del Brasile. Primo tra tutti la mancanza di coraggio di chiudere i conti con il passato, e questa cosa continua a dare potere ai militari. Il ministro ha invocato la legge di Sicurezza dicendo che la libertà di stampa è un diritto fondamentale ma tutti i diritti fondamentali sono limitati da altre regole e una è questa.

Il procedimento contro il giornalista è in corso?
Sì ma in realtà il richiamo alla legge di Sicurezza nazionale è stato utilizzato moltissime volte nelle ultime settimane dal governo Bolsonaro. Anche per minacciare i suoi stessi funzionari. Per esempio quelli del ministero della Salute hanno dovuto firmare un accordo impegnandosi a non rivelare i dati dei morti per Covid-19. È stata minacciata l’applicazione anche in caso di caricature del presidente pubblicate sui media oppure in caso di allusioni al suo comportamento fascista. E questo è un tipico atteggiamento militaresco che affonda le radici nella dittatura e che punta a indebolire la libertà di stampa e di espressione. Si tratta in pratica di una norma antiterrorismo quindi le pene sono molto severe.

In Italia ha avuto molta eco un tweet di Salvini in solidarietà a Bolsonaro. Ad essere sincero me lo sono perso. Per fortuna qui in Brasile non ha avuto visibilità. Siamo già abbondantemente circondati di persone insignificanti dal punto di vista umano e storico e che usano la menzogna come strategia politica, quindi ci possiamo permettere il lusso di trascurare chi esibisce certe doti al di là dell’Atlantico. Ma forse la solidarietà di Salvini in Brasile non ha avuto grande visibilità a causa delle vicende di cui ho appena parlato.

Un anno fa di questi tempi arrivavano notizie sconvolgenti sugli incendi che stavano devastando l’Amazzonia e uccidendo i nativi che ci vivono. Oggi gli indigeni si trovano ad affrontare senza difese anche la pandemia. C’è un dibattito pubblico molto acceso sulle responsabilità di Bolsonaro e arrivano condanne da parte di quasi tutti i fronti della società civile organizzata. Responsabilità tanto nel genocidio degli indigeni quanto nella distruzione di ogni sistema di protezione ambientale. La deforestazione…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 17 luglio

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