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La rinuncia a qualsiasi politica industriale negli anni ha portato l’Italia a perdere il 25 per cento della capacità produttiva. Qui si è “innestata” la crisi per la pandemia. Così oggi sono 150 le vertenze sul tavolo del governo. E 135mila persone rischiano di perdere il lavoro in pochi mesi

C’è l’ex Ilva, con ArcelorMittal che ancora non rende noto un piano industriale condiviso con i sindacati. C’è l’eterna vertenza Whirlpool, che minaccia il futuro di centinaia di persone a Napoli. E ci sono delle new entry, come la chiusura dello stabilimento di Roberto Cavalli che si è abbattuta come una mannaia sui dipendenti di Sesto Fiorentino. La miccia della crisi occupazionale e sociale è già accesa: nei prossimi mesi potrebbe arrivare l’esplosione, come denunciano le parti sociali. La conseguenza è davanti agli occhi di tutti: la polverizzazione di migliaia di posti di lavoro. Da Nord a Sud sono esattamente 135mila lavoratrici e lavoratori in bilico nelle varie vertenze. E chiedono a gran voce che, prima o poi, entrino di peso nei primi punti dell’agenda di governo.

Parliamo di lavoratrici e lavoratori distribuiti su un totale – secondo quanto apprende Left dal ministero dello Sviluppo economico – di 150 tavoli aperti nel mese di giugno. Un numero preoccupante che peraltro non vede esclusivamente la crisi post-coronavirus tra le cause principali. Se è vero infatti che, stando all’allarme lanciato dalle organizzazioni sindacali, la pandemia rischia di far perdere 300mila posti di lavoro, è altrettanto noto che molti tavoli sono stati aperti per crisi causate e create unilateralmente. Ben prima del Covid-19 e spesso per responsabilità delle multinazionali che, nel corso degli anni, hanno imperversato indisturbate sul nostro territorio, dilapidando un patrimonio di competenze.

«L’Italia – spiega Francesca Re David, segretario generale della Fiom – è stato il Paese che più di tutti ha deciso di affidarsi al mercato, rinunciando completamente a un qualsiasi tipo di politica industriale». Il risultato è che nel corso degli ultimi anni abbiamo perso il 25% della capacità produttiva installata. Un’ecatombe. Il caso più eclatante è senza ombra di dubbio quello tarantino dell’ex Ilva. Mentre leader e ministri di ogni partito sfilano annunciando soluzioni a portata di mano con le elezioni regionali all’orizzonte, i fatti dicono che dopo l’accordo del 6 settembre 2018 siglato tra governo, organizzazioni sindacali e ArcelorMittal, è sopraggiunta una nuova intesa il 4 marzo scorso tra lo Stato e la proprietà indiana, il cui piano industriale prevede…

L’inchiesta prosegue su Left in edicola dal 24 luglio

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