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Alla Mostra internazionale di Venezia il premio andato a Pierfrancesco Favino è intitolato a Giuseppe Volpi. Perché non si sceglie un nome diverso? Quel Volpi, uomo del regime fascista, fu conte di Misurata e diretto superiore di Rodolfo Graziani responsabile di crimini in Cirenaica

La Coppa Volpi, anzi, la prestigiosa Coppa Volpi è uno dei riconoscimenti più ambiti da parte degli attori che sfilano annualmente sul red carpet della Mostra internazionale del cinema di Venezia. E ci mancherebbe: in buona sostanza, con il Prix d’interprétation di Cannes e con l’Orso d’argento di Berlino, questo premio è il più ambito per un attore, Oscar hollywoodiano escluso. Quest’anno, la suddetta coppa veneziana è andata a Pierfrancesco Favino, vale a dire, uno degli attori che meglio ci rappresentano anche sullo scenario internazionale. Orbene, dato a Favino quel che è di Favino, passiamo proprio alla Coppa Volpi, anzi, alla prestigiosa Coppa Volpi.

E siccome, non è possibile – come è risaputo – fare una buona frittata senza rompere le uova, ci prendiamo l’ingrata incombenza (e, probabilmente, qualche strale “cinematografaro” e non) di rompere queste uova, per fare la buona frittata. Fuor di metafora, sgravare la Mostra da un gravame che si porta dietro dal 1935, vale a dire dalla terza edizione di un festival concepito dalla mente di Giuseppe Volpi e partorito da un regime che nel cinema vedeva (giustamente) un formidabile veicolo di propaganda: vale a dire il premio al miglior attore.

L’incombenza è quella di spiegare perché quel riconoscimento – proprio a causa di quel nome – così prestigioso non sia, fermo restando intatto il valore dei tanti attori che nelle varie edizioni, compresa la recente, siano stati giustamente premiati. Uova che rompiamo in un tempo in cui si sta – finalmente – facendo i conti con strade, piazze, statue dedicate anche a criminali della Storia (uno su tutti, Nino Bixio). Per non dire delle cittadinanze onorarie a Mussolini (che – scandalosamente – permane anche in quella Salò che riverbera la Rsi). Cittadinanze che – nonostante, come c’informa quell’intellettuale di Fausto Leali da Nuvolento, già cantore di “Angeli Negri”, il duce abbia fatto “anche cose buone” (favoletta smentita dal prezioso libro di Francesco Filippi e da una sua intervista proprio a questa testata) – portano discredito a tutte le municipalità che le mantengono. Tutto ciò premesso, proseguiamo con la frittata. Si comincia dalla nascita di Giuseppe Volpi, che – come dicono i poeti – vede la luce in una famiglia borghese veneziana. Soprassediamo su gioventù spensierata e più matrimoni, per arrivare a un…

L’articolo prosegue su Left del 25 settembre – 1 ottobre 2020

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