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Restrizioni nell’accesso ad atenei e biblioteche, limitazioni al programma Erasmus, rischio di isolamento. In Europa ripartono i corsi universitari e gli studenti devono fare i conti con i colpi di coda dell’epidemia

Disuguaglianze, rischio di isolamento, carenze nelle formazione. Sono i problemi che si trovano a fronteggiare in Italia gli studenti universitari, dopo l’inizio dell’anno accademico. I corsi stanno progressivamente ricominciando e le biblioteche hanno riaperto le porte. Le misure previste per rispondere all’emergenza sanitaria da Covid-19 sono molte. La mascherina nei locali chiusi è obbligatoria, il distanziamento sociale dev’essere sempre rispettato ed è previsto che le aule restino occupate solo al 50% dei posti. Il governo Conte ha puntato su un modello di didattica misto: una parte dei corsi sarà in presenza e un’altra a distanza, per poter garantire la continuità didattica arginando la diffusione del virus.

Soluzioni che però presentano numerose problematiche. Il blocco della didattica in presenza degli scorsi mesi hanno senza dubbio lasciato il segno. Molti studenti universitari non sono riusciti a seguire con continuità i corsi durante il lockdown e la didattica a distanza resta uno strumento che non tutti riescono ad utilizzare allo stesso modo. Presuppone che gli studenti posseggano un pc, abbiano una buona connessione ad internet, e un luogo adeguato per studiare. Non sempre è così. Le diverse condizioni economiche e sociali, sommate al digital divide tra le varie zone d’Italia, fanno esplodere le disuguaglianze rispetto al diritto all’istruzione.

Agata, una studentessa della Sapienza ammette che i corsi a distanza sono «la sola soluzione» ma anche che «è difficile concentrarsi a casa». Inoltre, ricorda, «le biblioteche riapriranno, ma con una capienza d’accesso limitata, e così anche accedere ai prestiti librari sarà più difficile». Anche per questo gli studenti assieme ai docenti sono scesi in piazza lo scorso 26 settembre a Roma, sotto lo slogan “Priorità alla scuola”, per chiedere un’istruzione che garantisca sicurezza, presenza e continuità.

La pandemia ha inoltre accentuato la precarietà delle condizioni dell’occupazione dei tanti studenti che devono lavorare per poter pagare i propri studi universitari. Lavorano come babysitter, camerieri, offrono lezioni private ai ragazzi che hanno bisogno di ripetizioni. Attività notevolmente frenate durante il lockdown. E così, la situazione finanziaria di tanti universitari si è fatta critica.

La didattica mista, inoltre, espone gli studenti al rischio di isolamento. La necessità di frequentare fisicamente l’università in modo saltuario e la difficoltà a trovare una postazione libera nelle biblioteche li costringono a stare molti giorni a casa. Inoltre, anche la vita sociale degli studenti è fortemente limitata. Tutte le attività associative hanno subito rallentamenti e ostacoli.

Vivono le stesse difficoltà gli studenti che decidono di affrontare un percorso formativo all’estero. Basta guardare a ciò che accade al di là delle Alpi: in Francia le università hanno riaperto ad inizio settembre ma tutti gli eventi che permettevano di integrare i “nuovi arrivati” dall’estero son stati annullati. Come è possibile conoscere altri studenti, imparare la lingua, se diventa così difficile incontrarsi? Anne-Flore, una studentessa dell’università francese Sciences Po Rennes e co-presidente della principale associazione studentesca dice a Left che le restrizioni dovute al Covid «saranno dannose perché l’attuale contesto rischia di mettere diversi studenti in una situazione di solitudine». La studentessa ribadisce l’importanza della vita associativa come mezzo di realizzarsi come persona e di costruire la propria identità: «È attraverso le attività associative, sportive, culturali, politiche che scopri le tue passioni e che puoi condividerle con altre persone, si tratta di ciò che anima la tua vita».

Nel frattempo, la Commissione europea si è impegnata a rendere l’Erasmus più flessibile per quanto possibile, per limitare l’impatto negativo della crisi sugli studenti. Molti dei quali non hanno avuto la possibilità di partire.

Clara, una studentessa della Università Sorbona di Parigi ha dovuto annullare il suo Erasmus a Lubiana quest’anno. «È essenziale di andare all’estero», dice Clara. Non partire sarà una carenza nel suo percorso formativo. «L’Erasmus – aggiunge – permette di acquisire la conoscenza di un’altra lingua e di sviluppare il proprio pensiero critico, studiando spesso in un modo diverso rispetto a come si fa nell’ateneo del tuo Paese». Ma soprattutto, chiosa Clara, studiare all’estero consente di acquisire «un’apertura mentale innegabile».

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