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Come è stato possibile che il coronavirus sia dilagato in maniera incontrollata nella bergamasca e poi nel resto della Regione e dell’Italia? Da questa domanda chiave parte Francesca Nava nel suo libro inchiesta “Il focolaio” appena uscito per Laterza. «A febbraio e inizio marzo un medico di base bergamasco, che non finirò mai di ringraziare, mi ha aperto gli occhi sull’orrore che ancora non vedevo scritto da nessuna parte», scrive la giornalista in questo pezzo per Left in cui ripercorre le tappe dell’inchiesta che, per prima, l’ha portata a indagare sulla mancata zona rossa di Alzano e Nembro

Ci sono storie che vengono a cercarti e implorano di essere scritte. Una di queste è contenuta nel libro-inchiesta Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, edito da Laterza: in cui ho  tentato una ricostruzione in presa diretta dei fatti e dei retroscena accaduti nella bergamasca (e in Lombardia) tra il 23 febbraio e fine marzo. Una storia che intreccia negligenze e omissioni, complicità e paradossi, ipocrisia e incredulità. Sullo sfondo  ci sono le testimonianze agghiaccianti dei sopravvissuti a una catastrofe sanitaria senza eguali nella storia italiana degli ultimi 70 anni.

Il fatto che Bergamo sia la mia città natale e che lì abbia le mie radici e buona parte dei miei contatti professionali ha certamente avuto un ruolo decisivo nella stesura di questo libro. La mia famiglia e la rete di conoscenze sul campo sono state la mia fonte primaria di informazione. Tra fine febbraio e inizio marzo un medico di base bergamasco, che non finirò mai di ringraziare, mi ha aperto gli occhi sull’orrore che ancora non vedevo scritto da nessuna parte. L’attenzione era tutta concentrata sulla zona rossa di Codogno, nel lodigiano. La caccia al paziente zero sembrava la ricerca del Sacro Graal. Eppure, proprio in quei giorni drammatici di fine febbraio, accadevano fatti di cui nessuno parlava. Sulle prime pagine dei giornali campeggiavano titoli che invitavano sì alla prudenza, mischiati però ad appelli – nemmeno troppo velati – per un ritorno alla “normalità”: shopping, aperitivi e cene al ristorante. La parola d’ordine era “no panic”. Una strategia politica studiata a tavolino, che oggi sappiamo celava invece una conoscenza allarmante dei dati reali del contagio. Un contagio che già il 27-28 di febbraio risultava evidente si fosse propagato ben al di fuori della zona rossa di Codogno.

Non tutti ne erano consapevoli. Alcuni, però, non potevano non sapere.

Tra questi rientrano senz’altro gli scienziati della task force lombarda, con la sua squadra di tracciatori, che a partire dal 21 febbraio su mandato di Regione Lombardia inizia a fare il contact tracing intorno al paziente uno, Mattia Maestri. Un lavoro disperato di tracciamento epidemiologico, di cui si perde il controllo dopo pochissimi giorni. Si tamponano interi condomini, scuole, palestre: il virus non ha più nemmeno l’ombra di un legame con il paziente 1 e galoppa già a decine e decine di chilometri fuori dalla zona rossa del lodigiano. È a Bergamo, a Cremona, persino in Valtellina. Salta tutto. Perché, allora, non viene…

L’articolo prosegue su Left del 9-15 ottobre 2020

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