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Evitare che i reparti di rianimazione degli ospedali italiani collassino di nuovo. È uno degli obiettivi principali del governo Conte, mentre il morso della seconda ondata si fa ogni giorno più feroce. Ma i segnali che arrivano dalle regioni non sono incoraggianti. I livelli di saturazione delle terapie intensive si stanno avvicinando pericolosamente alla soglia d’allerta del 30%: in Umbria siamo al 21, il Val d’Aosta al 20, in Campania al 20, in Sardegna al 19 (elaborando i dati della Protezione civile del 19 ottobre).

Alessandro Vergallo

Inoltre, col decreto Rilancio dello scorso maggio il governo aveva stanziato 1,4 miliardi di euro per potenziare gli ospedali, di cui 606 milioni per rafforzare le terapie intensive, che necessitano di tecnologie costose e complesse. I nuovi posti letto sarebbero dovuti essere 3.500, in modo da portare la dotazione nazionale a quota 8.679 posti. Ma la misura è stata applicata a macchia di leopardo. Secondo una elaborazione di Quotidiano sanità, sarebbero solo 1.259 i nuovi posti attivati al 13 ottobre, circa un terzo di quelli previsti. La situazione tra le varie regioni è a macchia di leopardo. Col Veneto che ne ha messi in campo più del previsto (331 anziché i 211 disposti dal decreto Rilancio), la Calabria che ne ha attivati una manciata (solo 6 rispetto ai 134 finanziati) e l’Umbria che è restata immobile, senza ampliare la propria dotazione. Pertanto, soltanto tre Regioni italiane raggiungerebbero lo standard di 14 posti letto in rianimazione ogni 100mila abitanti indicato dal governo, Veneto (16,8), Val d’Aosta (15,9) e Friuli (14,4), con invece Campania (7,3), Umbria (7,9) e Marche (8,3) fanalini di coda, di gran lunga sotto la soglia. Un quadro drammatico, che però sta migliorando, con molte regioni che stanno correndo ai ripari. Sono oltre 1.600, infatti, i ventilatori che il commissario all’emergenza Arcuri ha consegnato alle Regioni, ma che ancora attendono di essere completamente installati, e 1.300 quelli ulteriori a disposizione in attesa di essere distribuiti. Se le apparecchiature restano negli scatoloni, è anche a causa della carenza di personale. Ma, per comprendere la gravità della situazione, andiamo per gradi, e partiamo dai dati dei ricoveri. Cosa ci fanno capire? «Innanzitutto, quella cifra è l’unica realmente confrontabile rispetto a quelle di marzo, perché non dipende da altre variabili. Come ad esempio la conta dei positivi, che è legata al numero di tamponi eseguiti, oppure il numero dei ricoverati in ospedale, perché la scorsa primavera molte persone scambiavano il Covid per un’influenza e dunque non accedevano alle strutture sanitarie», ci dice Alessandro Vergallo, presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani – Emergenza area critica (Aaroi-Emac), con cui facciamo il punto.

Quali sono dunque i numeri dei ricoveri di persone in gravi condizioni, e come interpretarli?L’ultimo dato a nostra disposizione è di 797 pazienti ricoverati in rianimazione (relativo al 20 ottobre, ndr). Durante la prima ondata il picco era arrivato al oltre 4mila ricoveri, un valore poco più di…

L’articolo prosegue su Left del 23-29 ottobre 2020

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