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In Italia l’81,7% dei focolai di Covid-19 si verifica in ambito domestico. Ma non è questo, secondo le autorità sanitarie, «il reale motore dell’epidemia». Va considerato il ruolo dei “superdiffusori” asintomatici. E dei luoghi affollati. Come trasporti e posti di lavoro. Criticità rispetto alle quali servono risposte immediate

Convivenza sotto il medesimo tetto, attività di gruppo, ambienti affollati, ma pure asintomatici non individuati, “superdiffusori” e contesti che amplificano il contagio. Sono i componenti del motore che muove la pandemia di Covid-19 elencati da alcuni ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora in un contributo pubblicato sulla rivista Science. La maggior parte dei contagi, indicano gli scienziati, avviene tra le mura di casa. Stando ai primi studi sul contact tracing, e ad una grande ricerca su 59mila contatti di casi positivi in Corea del Sud, i contatti domestici di un infetto sono esposti ad un rischio di essere contagiati oltre sei volte più grande rispetto a quello che corrono gli al2tri contatti stretti. Ma il pericolo è elevato anche nelle carceri, nei dormitori, negli ospedali e nelle case di cura, dove i rapporti ravvicinati sono frequenti, e generalmente tra persone di età più avanzata. In casa e in questi altri luoghi, però, il virus irrompe dall’esterno. A livello di comunità, dicono ancora i ricercatori, la trasmissione dell’infezione è fortemente influenzata dal ruolo degli asintomatici, che sono portatori di una carica virale simile a quella dei sintomatici, ma in genere continuano a circolare. Proprio loro sono i candidati perfetti per essere “superdiffusori”, ossia autori del contagio contemporaneo di più persone. Eventi di superdiffusione sono stati documentati in cori, centri commerciali, eventi religiosi. Esistono inoltre contesti dove il contagio può venire amplificato se più infezioni si ripetono in rapida successione, come si è registrato in mattatoi, chiese, scuole. L’azione dei superdiffusori, sommata a questo meccanismo di amplificazione, potrebbe spiegare perché il 10% dei positivi al Covid-19 è responsabile dell’80% dei contagi. Si tratta del fenomeno noto come “sovradispersione”, già osservato in altre patologie come influenza e morbillo, per cui la maggior parte degli infetti non trasmette il virus in maniera significativa, e dunque occorre arrivare a un buon numero di casi perché l’epidemia possa esplodere in maniera evidente.

Queste scoperte degli esperti di Baltimora possono essere lette in parallelo col report sul Covid-19 dell’Istituto superiore di sanità (Iss) relativo al periodo tra il 12 e il 18 ottobre, che parla di 7.625 focolai attivi, la maggior parte dei quali «continua a verificarsi in ambito domiciliare (81,7%)». Il perimetro domestico, però, «rappresenta un contesto di amplificazione della circolazione virale e non il reale motore dell’epidemia» dice l’Istituto. Mentre «sono in aumento i focolai in cui la trasmissione potrebbe essere avvenuta in ambito scolastico», anche se «la trasmissione intra-scolastica appare ancora limitata (3,5% di tutti i nuovi i focolai in cui è stato segnalato il contesto di trasmissione)». Certo, l’Iss ammette anche i limiti di queste cifre. Segnala infatti un «forte aumento di casi per cui i servizi territoriali non hanno potuto individuare un link epidemiologico», pari al «43,5%» di quelli censiti. Leggi: i dati sui luoghi di contagio sono parziali, perché sono stati tracciati meno del 60% dei casi. Un enorme fallimento. Ad ogni modo, tra le varie contromisure suggerite nel report, ci sono «restrizioni nelle attività non essenziali e della mobilità». Trasporti e attività produttive.

Ebbene, ultimo dato: proprio sui posti di lavoro da gennaio al 30 settembre in Italia si sarebbero verificati 54.128 contagi, il 17% del totale dei casi registrati dall’Iss. Lo si desume dalle denunce di infortunio «a seguito di Covid» riportate in un recente rapporto Inail (e dunque la percentuale potrebbe essere più alta, se si considera che non sempre gli incidenti di questo tipo vengono denunciati e che può essere complesso talvolta individuare il luogo di contagio). Insomma, premesso che la scienza deve ovviamente dare ancora molte risposte rispetto alle modalità di contagio, che le autorità sanitarie italiane non mettono a disposizione in modo esteso i dati disaggregati relativi ai luoghi di contagio (a differenza dell’Istituto Koch in Germania, per fare un esempio) e che la macchina del tracciamento in Italia è al collasso, possiamo comunque trarre alcune conclusioni, almeno a livello nazionale. Il fenomeno della sovradispersione illustrato dai ricercatori di Baltimora, i contagi domestici che amplificano ma non generano l’epidemia e la scuola che resta relativamente “sicura” come indica l’Iss e infine i dati Inail ci fanno porre l’attenzione sulle attività produttive. Sulla necessità di monitorarle più da vicino e frenare il più possibile quelle non essenziali. «Nella prima fase della pandemia, con le aziende aperte…

L’inchiesta prosegue su Left del 30 ottobre – 5 novembre 2020

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