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Una pioggia di bonus è stata prevista dal decreto Ristori per aiutare i lavoratori di settori bloccati dal Dpcm che sarà in vigore fino al 24 novembre. Un’indennità da mille euro è prevista per i lavoratori stagionali del turismo, per gli stagionali degli altri settori, i lavoratori dello spettacolo, gli intermittenti, i venditori porta a porta e i prestatori d’opera. Lo ha annunciato martedì scorso il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, mentre andavamo in stampa. Ma bastano questi provvedimenti strutturati per categorie? In molti, in troppi – lavoratori atipici, precari, intermittenti ecc. – rischiano ancora una volta di rimanere esclusi da misure che non hanno un carattere universalistico. La pandemia sociale è scoppiata come purtroppo si prevedeva. E ci troviamo ad affrontare la seconda ondata di Covid-19 impreparati. Nei mesi estivi non è stata fatta prevenzione, non c’è stata programmazione. È mancata una regia complessiva, mentre le destre negazioniste spingevano per riaprire tutto e alcune Regioni si gettavano in fughe in avanti. Non è andato tutto bene, per dirla con Giulio Cavalli. La situazione socio sanitaria è difficilissima. E non basta il coprifuoco dopo le 18. È come svuotare l’oceano con un cucchiaino. E poi perché pesare su categorie già economicamente fragili prima della pandemia e pressoché ridotte sul lastrico dallo scorso lockdown? Se c’è la necessità di evitare assembramenti, perché si è pensato di chiudere cinema e teatri che già adesso ospitano, in sicurezza, rari spettatori?

Il pensiero che qualche esponente politico ha esplicitato è che l’arte sia inessenziale, che sia un lusso, un extra, e non una parte della vita irrinunciabile. Proprio in un momento in cui c’è bisogno di maggiore studio, cultura e ricerca per affrontare questo momento di crisi e per elaborare quel che ci sta accadendo il governo Conte II decide di fermare la cultura. Mentre si tengono aperte le chiese per celebrare messe, si chiudono i circoli culturali che stimolano le persone a pensare e non a credere ciecamente. «Con la cultura non si mangia» diceva un ministro dell’era berlusconiana, per dire che in fondo l’attività culturale è accessoria, superflua. Ci siamo battuti con tutte le nostre forze contro quel riduzionismo economicista che misura tutto in termini di profitto. Ma ora ne sentiamo una eco anche nelle frasi del ministro della Cultura Franceschini che ha definito stucchevoli le polemiche sulla chiusura di cinema e teatri. Il sottinteso, certo, è: “Non vi rendete conto della gravità del momento”. Ma allora, se è così grave, – come pensiamo – perché non chiudere di nuovo tutto? Che senso ha chiudere ipocritamente le attività culturali sul far della sera, facendo finta di non vedere gli assembramenti diurni sui mezzi pubblici, fingendo di non sapere che il contagio dilaga nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, dove non si fanno ispezioni per verificare che siano applicati i protocolli.

In questa storia di copertina il presidente di Medicina democratica (Md) Marco Caldiroli e il magistrato Raffaele Guariniello tracciano un quadro drammatico sullo stato dell’arte da questo punto di vista. I dati Inail segnalano che al 30 settembre i contagi sul lavoro erano 54.128, ovvero 17% del totale dei casi. Da tutto questo deduciamo che l’economia, anche per questo governo, viene prima della salute. E in nome della produzione bisogna evitare il lockdown, come chiede Confindustria. Questo è ciò che appare evidente, quanto difficile da accettare. Mentre è quasi del tutto assente il ruolo dello Stato che proprio in questa fase dovrebbe “farsi imprenditore” e fare massicci investimenti, con una visione lungimirante, di lungo periodo, per far ripartire il Paese. Per questo non bastano i bonus, non bastano i mille euro a testa per i lavoratori dello spettacolo.

La Germania per esempio ha risposto alla crisi determinata dalla pandemia accantonando un miliardo di euro (circa la metà del suo budget annuale per la cultura) in un fondo per il sostegno di teatri, musei e altre organizzazioni. E soprattutto ha fatto una pianificazione che affascia diversi anni a venire. Per poter uscire dall’impasse bisogna aver chiaro che la scuola e la cultura sono settori strategici su cui investire in modo prioritario. Ci vuole un salto di paradigma, bisogna comprendere che l’essere umano non è fatto solo di sacrosanti bisogni primari, ma anche di esigenze di sapere, di conoscere, di esprimersi attraverso l’arte e di viverla come esperienza emotiva. Tanto più in questo momento in cui il distanziamento fisico rischia di diventare anche sociale, in cui dobbiamo affrontare una realtà di emergenza sanitaria e di precarietà, che ci cimenta fortemente anche a livello psichico ed emotivo. L’arte è necessaria come il pane e come lo è la salute psicofisica. L’arte ci contraddistingue come specie. Fin dalla preistoria quando, senza nessuna ragione utilitaristica, le donne e gli uomini dipingevano le pareti delle caverne. Ed è tanto più un’esigenza insopprimibile oggi. Avendo chiaro tutto questo bisognava trovare soluzioni perché cinema, teatri, sale da musica potessero soddisfare questa vitale esigenza in sicurezza. Ora bisogna pensare a come far sì che questa chiusura, ancorché temporanea, non produca povertà culturale e ulteriori disuguaglianze. Bisogna trovare subito alternative perché questi settori possano continuare a vivere e, superata l’emergenza, possano crescere.

L’editoriale è tratto da Left del 30 ottobre – 5 novembre 2020

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