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Il magistrato Raffaele Guariniello denuncia «una grave crisi di organico e di professionalità negli organi di vigilanza». E sullo smart working mette in guardia i lavoratori: «Non siete senza tutele, se ve lo fanno credere vi stanno ingannando»

Raffaele Guariniello ha scritto un ebook a marzo (poi aggiornato) dal titolo esplicito: La sicurezza sul lavoro al tempo del coronavirus. Il magistrato, noto per l’inchiesta Eternit e quella sul rogo ThyssenKrupp, ha vagliato i provvedimenti emergenziali del Covid-19 mettendoli a confronto con le leggi (e sentenze) in materia di tutela della salute dei lavoratori, a cominciare dal decreto legislativo 81 del 2008, il Testo unico per la sicurezza sul lavoro.

Dottor Guariniello le sembra che le imprese si stiano comportando in maniera corretta a proposito di prevenzione del coronavirus alla luce della relazione Inail che parla di 54mila contagi nei luoghi di lavoro?

È una domanda chiave. Le dovrei rispondere dicendo che questi casi devono essere segnalati dal medico all’Inail ma anche all’autorità giudiziaria perché potrebbero essere casi di omicidio colposo o di lesione personale colposa, quindi più che mai sono casi da prendere in considerazione. Ma per altro verso non sono casi che possano dimostrare l’insicurezza che regna nelle imprese pubbliche e private perché dobbiamo verificare se questi casi di infezione da Covid-19 siano stati effettivamente causati da una condotta colposa del datore di lavoro o di chi per lui o con lui. Quindi si tratta di verificare nei luoghi di lavoro se tutte le misure di sicurezza sono state adottate. E qui cominciano altri dolori. Chi è che sta facendo questi controlli? Vengono fatti in modo sistematico oppure no? Su questo ho ulteriori, grandi perplessità.

Per quale motivo ha dei dubbi sui controlli?

Perché i nostri organi di vigilanza, dalle Asl all’Ispettorato nazionale del lavoro versano in grave crisi sia di organico sia di professionalità. Aggiungo poi un altro dato allarmante.

Quale?

C’è stata una tendenza favorita purtroppo da una nota dell’Ispettorato del lavoro di marzo, di fronte a questa alluvione di norme emergenziali: la tendenza a trascurare la legge più importante, il Testo unico della sicurezza del lavoro. Infatti in questa trascuratezza è finito l’obbligo più importante di tutti: il documento di valutazione dei rischi, il Dvr, in cui le imprese devono valutare i rischi e indicare le misure di prevenzione. Si è detto: questo obbligo non vale per il Covid-19. Questa è una grave lacuna interpretativa in cui è incorso l’Ispettorato nazionale del Lavoro. Devo dire che mi sono molto battuto contro questa interpretazione e oggi possiamo dire che a sostenere questa tesi l’Ispettorato nazionale del lavoro è rimasto solo, perché tutte le istituzioni, dal ministero della Salute a quelli degli Interni e della Giustizia fino all’Unione europea con la direttiva uscita a giugno, hanno sostenuto che il Covid-19 è uno degli agenti biologici di cui dobbiamo tener conto in sede di prevenzione. Dobbiamo dare atto poi che nel decreto legge del 7 ottobre all’articolo 4 questa direttiva europea viene recepita.

Secondo quanto lei dice sull’Ispettorato nazionale del lavoro a proposito del Dvr significa che possono esserci state conseguenze negative sui controlli nelle imprese?

Ora non c’è più nessuno a sostenere questa tesi. Anche il ministero del Lavoro nella sua circolare del 13 settembre congiunta con il ministero della Salute dice che bisogna rispettare il decreto 81 e quindi in qualche modo sconfessa il suo Ispettorato nazionale del lavoro. Il dato dei 54mila contagi denota un fatto: conta non solo l’organo di vigilanza ma anche l’autorità giudiziaria. E anche qui noto una crisi dell’intervento giudiziario. Ci sono zone nel nostro Paese in cui i processi non vengono proprio fatti. Oppure si

L’intervista prosegue su Left del 30 ottobre – 5 novembre 2020

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