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Ritirarsi per resistere. Fuggire dalla guerra per creare. Fu un gesto di sfida al nazismo da parte dell’artista che, in quei giorni bui, trovò un modo nuovo per esprimersi, come racconta Louise Rogers Lalaurie in “Matisse, i libri”

Parole e immagini, in una tessitura inedita, che schiude una nuova visione. Un fiorire di emozioni promana dal movimento delle linee, dai colori, dai suoni evocati. Un flusso continuo di energia creativa attraversa la partitura delle otto opere grafiche che Henri Matisse (1869-1954) realizzò in dialogo con i versi di grandi poeti. Stampati in edizione limitata e poco noti al grande pubblico (a parte Jazz a cui la Tate Modern di Londra dedicò la mostra The Cut-outs nel 2014) questi libri d’arte nacquero tra il 1932 e il 1950, in un arco di 18 anni. Ma ben vedere – eccezion fatta per Poésies di Stéphane Mallarmé che gli fu commissionato dall’editore Albert Skira nel 1932 – furono quasi tutti ideati durante gli anni della seconda guerra mondiale. Con queste narrazioni visive, vive e vitali, a suo modo, Matisse lottava contro l’oppressione materiale e mentale imposta dal nazismo, in un momento difficilissimo per lui anche dal punto di vista personale. Durante l’occupazione della Francia, già avanti negli anni e scampato per poco a una grave malattia, venne attaccato dall’establishment accademico e, come altri artisti d’avanguardia, additato dai nazisti come artista degenerato.

«Mai l’arte indipendente fu tanto esposta a soprusi più idioti e fu ridicolizzata in termini tanto assurdi», scriveva nel 1951 Alfred H. Barr, nella prima biografia critica del pittore francese. «Matisse nella pattumiera! Picasso in manicomio! Questi erano gli slogan». Solidale con i figli che si erano uniti alla resistenza, ma anche preoccupato per la loro vita, Matisse si sentiva in conflitto per il fatto di esser scappato da Parigi per raggiungere faticosamente il Sud della Francia. (Secondo Barr sarebbe stato proprio Picasso ad avvertirlo del pericolo imminente dell’avanzata nazista). Nella Villa di Nizza circondata da palme, dove si rifugiò con Lydia Delectorskaya, sua assistente, modella e compagna, ancora debole e convalescente il pittore era di fatto isolato non avendo mezzi di comunicazione rapidi né auto. Ma quando il figlio maggiore, Pierre, gallerista a New York, lo pregò di raggiungerlo oltreoceano, Matisse disse no a quella che gli pareva una diserzione. Bloccato in casa, nel suo studio protetto e nel rapporto con Lydia, sviluppò inconsciamente una originalissima resistenza dedicandosi all’arte. Creando opere universali che in un momento così buio osavano parlare dei bellezza, di fantasia, di ricerca sull’immagine femminile, di desiderio. Senza annullare ciò che accadeva fuori, riuscì nonostante tutto a fare una capriola interiore trovando così una nuova modalità espressiva: facendo incontrare parole e immagini, ma anche disegnando con le forbici, in maniera dirompente come raccontano in particolare le colorate e travolgenti sequenze di Jazz (1947).

Louise Rogers Lalaurie ripercorre quella straordinaria avventura umana e artistica in un sontuoso volume, Matisse, i libri, da poco pubblicato in Italia da Einaudi.

Un libro che fin dalla copertina pervinca ricoperta di tela e con caratteri oro incisi vorrebbe trasmettere al lettore la sensazione di avere fra le mani quei libri d’arte che Matisse concepì come opera totale, capace di coinvolgere tutti i sensi, cercando un effetto sinestetico. Uscito in concomitanza con l’apertura della mostra parigina Matisse, comme un roman (ideata per celebrare il centocinquantesimo anniversario della nascita del pittore), questo volume ci consola un po’ del fatto di non poter volare a Parigi per vederla dal vivo, poiché il filo di ricerca che lega il libro e la mostra del Centre Pompidou in fondo è il medesimo: l’importanza del rapporto tra parola poetica e immagine, individuato come filo rosso che carsicamente attraversa tutta l’opera di Matisse. Non è un caso, scrivono i curatori della mostra, che la prima opera veramente nuova di Matisse si intitolasse Luxe, calme et volupte (1904). Ispirandosi ai versi de L’invitation au voyage di Baudelaire, Matisse dipinse un quadro luminoso e visionario che segnava il definitivo passaggio dal neoimpressionismo alle forme piatte e ai colori intensi del periodo Fauve. Intuendone fra i primi la portata, Paul Signac disse che era «una poesia» visiva che rendeva del tutto superata la pittura come mimesis e calco della realtà. Ma quel rapporto fra parola, suono, e immagine sarebbe diventato ancor più essenziale per lui durante la guerra, come accennavamo. Fu con quegli otto libri raccontati approfonditamente da Louise Rogers Lalaurie che, dopo aver attraversato straordinarie stagioni creative Matisse «riuscì a venir fuori dall’impasse e dalla fragilità», raccontando di sé. «Tutto si svolgeva come se, sul tardi della sua vita Henri Matisse in occasione di certi libri, raccontasse la sua vita», notava Luis Aragon nel 1948 (il suo libro Henri Matisse, roman è la matrice del titolo della mostra al Beaubourg). Ed è vero che in quei volumi Matisse toccava tutti grandi temi della vita, la ricerca della verità più profonda e della bellezza, la dimensione della vecchiaia de della perdita di persone amate… Ma «quegli anni dedicati ai libri illustrati non rappresentano in alcun modo il capitolo finale della sua vita di artista», nota Rogers Lalaurie. Anzi. «Quel confronto con le più grandi voci poetiche di Francia e la scoperta della propria vena autoriale (i testi di Jazz sono di Matisse, ndr) fecero da cornice a una profonda riflessione sulla sua stessa pratica artistica» e da catalizzatore per passare dalla pittura a grandi opere monumentali, che con linee e colori ridefinivano completamente gli spazi architettonici. Ma c’era anche dell’altro e di inaspettato. «C’era in quei libri una vena riconoscibilmente politica – scrive Rogers Lalaurie – che in qualche misura va controcorrente rispetto ai più immediati motivi di fascino di libri illustrati». Perfino in quello dedicato agli Amours di Pierre de Ronsard (1524-85) (realizzato con incisioni in bianco e nero che ricordano la pittura vascolare greca ) il cui fascino risiedeva nella loro carica erotica, romantica, nostalgica. Perché politicamente dirompente, in quel deserto di macerie, era parlare di ritorno alla vita e al rapporto con l’altra. E poi il fatto stesso che Aragon, figura di spicco della Resistenza, avesse scritto al prefazione al volume di Matisse Dessins, thèmes et variables (1941-1943) dava un significato ulteriore a quelle immagini femminili in un interno, fra piante, vasi di frutta e teiere, tessuti d’arredo. «Nel più buio della notte, diranno, ha disegnato questi disegni, pieni di luce», annotò Aragon. Ritirarsi ma resistere è il tema di tutti i libri di Matisse in tempo di guerra. È questa la tesi che Louse Rogers Lalaurie argomenta in modo affascinante per centinaia di pagine tessendo lettura critica, immagini e descrizione dei dettagli di produzione di ogni libro, incluso il tipo di macchina con cui furono stampati, il tipo di carta, il nome del maestro stampatore ecc. Dare rappresentazione a poeti come Ronsard – «quella dolce fontana dei sensi» – era un deliberato atto di resistenza, «compiuto però sotto i riflettori dell’ufficialità – sottolinea la studiosa – nel cuore della zona di Vichy, ostentato sulle pareti del suo studio molto fotografato, dalla cui finestra la veduta abbracciava quella che Aragon chiama la Nizza dominata». Anche la scelta dei testi per i libri illustrati rafforza questa dimostrazione di resistenza creativa. «Il livre d’artiste con la possibilità di trasmettere significati subliminali nell’interazione fra testo e immagine era la forma d’arte perfetta per il tempo di guerra. Quale migliore dichiarazione di opposizione alle tendenze arianizzanti del governo di Vichy dei versi de Les Fleurs du mal di Baudelaire con quell’orchestrazione di confronti fra le bellezze bianche e quelle esotiche?» Insomma quell’apparente ritiro di Matisse, «tanto scrupolosamente documentati in fotografie, racconti e nelle opere d’arte erano in realtà anche un atto di indipendenza creativa e di autenticità e , perfino – se pensiamo alla moltitudine di uccelli nelle voliere che ogni giorno venivano liberati in modo che potessero svolazzare per le stanze – una performance di libertà nella cattività».

U.

«C’era in quei libri una vena riconoscibilmente politica – scrive Rogers Lalaurie – che in qualche misura va controcorrente rispetto ai più immediati motivi di fascino di libri illustrati». Perfino in quello dedicato agli Amours di Pierre de Ronsard (1524-85) (realizzato con incisioni in bianco e nero che ricordano la pittura vascolare greca ) il cui fascino risiedeva nella loro carica erotica, romantica, nostalgica. Perché politicamente dirompente, in quel deserto di macerie, era parlare di ritorno alla vita e al rapporto con l’altra. E poi il fatto stesso che Aragon, figura di spicco della Resistenza, avesse scritto al prefazione al volume di Matisse Dessins, thèmes et variables (1941-1943) dava un significato ulteriore a quelle immagini femminili in un interno, fra piante, vasi di frutta e teiere, tessuti d’arredo. «Nel più buio della notte, diranno, ha disegnato questi disegni, pieni di luce», annotò Aragon.

Ritirarsi ma resistere è il tema di tutti i libri di Matisse in tempo di guerra.

È questa la tesi che Louse Rogers Lalaurie argomenta in modo affascinante per centinaia di pagine tessendo lettura critica, immagini e descrizione dei dettagli di produzione di ogni libro, incluso il tipo di macchina con cui furono stampati, il tipo di carta, il nome del maestro stampatore ecc. Dare rappresentazione a poeti come Ronsard – «quella dolce fontana dei sensi» – era un deliberato atto di resistenza, «compiuto però sotto i riflettori dell’ufficialità – sottolinea la studiosa – nel cuore della zona di Vichy, ostentato sulle pareti del suo studio molto fotografato, dalla cui finestra la veduta abbracciava quella che Aragon chiama la Nizza dominata».

Anche la scelta dei testi per i libri illustrati rafforza questa dimostrazione di resistenza creativa.

«Il livre d’artiste con la possibilità di trasmettere significati subliminali nell’interazione fra testo e immagine era la forma d’arte perfetta per il tempo di guerra. Quale migliore dichiarazione di opposizione alle tendenze arianizzanti del governo di Vichy dei versi de Les Fleurs du mal di Baudelaire con quell’orchestrazione di confronti fra le bellezze bianche e quelle esotiche?» Insomma quell’apparente ritiro di Matisse, «tanto scrupolosamente documentati in fotografie, racconti e nelle opere d’arte erano in realtà anche un atto di indipendenza creativa e di autenticità e , perfino – se pensiamo alla moltitudine di uccelli nelle voliere che ogni giorno venivano liberati in modo che potessero svolazzare per le stanze – una performance di libertà nella cattività».

L’articolo prosegue su Left del 30 ottobre – 5 novembre 2020

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