Con pragmatismo e indifferenza il governo si è limitato a raccomandare di evitare luoghi affollati. E pochi indossano la mascherina. A fine ottobre l’andamento dei nuovi contagi giornalieri ha raggiunto il valore di 200 nuovi casi ogni milione di abitanti con un tempo di raddoppio di 8 giorni

Mai come quest’anno la Svezia è stata al centro della stampa internazionale. Il suo approccio “soft” al contrasto della diffusione del virus ha visto l’opinione pubblica dividersi tra chi sostiene il suo totale fallimento, e chi al contrario lo vorrebbe eleggere a modello di riferimento per fronteggiare la pandemia. La stessa Organizzazione mondiale della sanità si è espressa più volte in maniera contrastante: se a fine aprile la Svezia era stata indicata come modello per un post lockdown, a giugno veniva inserita tra i Paesi a più alto rischio contagio, per poi infine tornare ad essere elogiata a metà settembre per il basso numero di casi registrati. Queste giravolte segnalano da un lato un’effettiva carenza di dati statistici, che rende il confronto tra gli andamenti di Paesi diversi più difficile, dall’altra sono il risultato di un’interpretazione dei dati parziale e poco accurata, spesso foraggiata da pressioni politiche ed economiche.

Ripercorriamo i numeri e le misure messe in campo dal governo svedese durante la cosiddetta “prima ondata”.
Mentre, a partire dall’Italia, in tutta Europa si introducevano misure via via più stringenti per frenare la diffusione del virus, la Svezia promulgava quella che sarà l’unica misura ufficiale contro la pandemia: il divieto di assembramenti pubblici per più di 50 persone. Le linee guida di comportamento pubblicate sulla pagina ufficiale dell’Istituto di sanità pubblica svedese hanno, infatti, sempre fatto appello alla sola responsabilità dei singoli, senza mai essere soggette a controlli o sanzioni. Queste includono: l’auto isolamento in caso di sintomi, il distanziamento sociale, il lavaggio frequente delle mani, il tossire o lo starnutire proteggendosi con il gomito, l’incoraggiamento dello smart working e della didattica a distanza per università e classi di liceo con ragazzi di età superiore a 16 anni, l’evitare viaggi non necessari e, verso metà aprile, l’invito rivolto agli over 70 e ai “gruppi a rischio” di rimanere a casa. Ristoranti, negozi, bar, cinema, palestre, musei non sono mai stati obbligati a chiudere. Allo stesso modo scuole primarie e secondarie, per le quali vige l’obbligo di frequenza, non hanno mai adottato misure di didattica a distanza, nemmeno per quei ragazzi i cui familiari appartenevano a “gruppi a rischio”. Infine non è stato mai introdotto alcun obbligo di indossare mascherine in luoghi chiusi o trasporti pubblici, né ne è stato mai ufficialmente consigliato l’uso. Durante la prima ondata, al contrario, le autorità svedesi ne hanno sconsigliato l’utilizzo in quanto avrebbero dato un…

L’articolo prosegue su Left del 6-12 novembre 2020

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