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«Oggi più che mai l’università è organo costituzionale», sottolinea il professor Federico Masini de “La Sapienza” di Roma e candidato Rettore. «Dobbiamo garantire il diritto allo studio e far crescere un’accademia libera e aperta, con una visione che guarda al 2030. Le risorse da sole non bastano, vanno investite in modo intelligente»

Non tutti gli studenti hanno avuto uguale possibilità di accesso all’istruzione durante la pandemia. Con il lockdown della scorsa primavera sono emerse e si sono acuite drammatiche disuguaglianze fra Nord e Sud del Paese, fra aree metropolitane e aree interne, fra studenti di diversa estrazione sociale. Preservare il fondamentale diritto allo studio è più che mai prioritario ora. Come fare a garantire a tutti scuola e formazione anche con l’acuirsi dell’emergenza sanitaria? Di questo tema e delle misure necessarie per sostenere l’università e la ricerca abbiamo parlato con Federico Masini, ordinario di lingua e letteratura cinese all’Università La Sapienza di Roma e candidato alle elezioni del Rettore 2020.

«Innanzi tutto, dobbiamo avere chiara una cosa: l’università è la casa degli studenti e delle studentesse che qui si incontrano con gli insegnanti. Questa è la sua prima missione: essere uno spazio di libero incontro fra allievi e docenti», risponde il professor Masini. «Questo libero incontro è garantito dalla Costituzione poiché il diritto allo studio e il diritto alla salute sono i due diritti fondamentali difesi dalla nostra Carta. I docenti si dovrebbero ricordare sempre che quando entrano in aula difendono un diritto costituzionale e hanno una responsabilità enorme. In questo momento il diritto allo studio va difeso sempre di più nelle scuole e nelle università, nelle biblioteche universitarie e negli spazi aperti alla comunicazione e alla connessione. Mai come in questo momento l’Università rappresenta un presidio costituzionale».

Sappiamo però, per esempio, che ci sono stati problemi riguardo alla didattica a distanza. L’articolo 34 della legge primaria dello Stato afferma che «la scuola è aperta a tutti» e dice anche «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto a raggiungere i gradi più alti negli studi». Cosa deve essere fatto per garantire a tutti l’accesso ai device e alla connessione veloce?

L’università, in prima battuta, non si può fare carico dell’accesso a internet degli studenti da remoto, questo esula dalle sue competenze. Quello che può fare è, come accennavo, tenere aperte le aule, le sale di lettura, gli spazi pubblici dell’ateneo dotati anche di possibile collegamento via fibra. Il diritto allo studio, certo, si difende anche dando agli studenti la possibilità di seguire le lezioni da remoto, penso per esempio ai tanti studenti fuori sede. Non esiste una formula unica, serve flessibilità e intelligenza. Per quanto riguarda la nostra università penso che La Sapienza avrebbe dovuto tutelare di più gli studenti dei primi anni. È stata data un’indicazione rigida a tutti i corsi. Forse avremmo fatto meglio ad essere più flessibili garantendo l’arrivo in aula alle sole matricole, che sono gli studenti i più vulnerabili, perché per la prima volta entrano nel mondo degli adulti. Per loro la Sapienza avrebbe dovuto fare di più.

In questi mesi di emergenza sanitaria l’accademia è diventata centrale, la comunità scientifica è salita alla ribalta. Abbiamo visto concretamente quanto sia importante la ricerca. Cosa fare perché venga implementata, perché questa crisi diventi anche l’occasione per una trasformazione positiva di un settore troppo a lungo trascurato dai governi e ampiamente sotto finanziato in Italia?

Certamente la pandemia ha fatto uscire da un cono d’ombra l’accademia, l’istruzione ed anche la sanità, che non avevano goduto di buona stampa, a parte qualche eccezione. Veniamo da almeno due decenni in cui la scuola, la sanità, la ricerca non sono stati ben visti dall’opinione pubblica in generale. La pandemia ha segnato forse una svolta importante. La ricerca è libera ed è creativa. L’università pubblica è l’unica che è in grado di difendere la libera ricerca e la creatività del singolo, ma la deve anche sostenere. Sappiamo che il Next Generation Eu contiene misure a sostegno del diritto allo studio, per allargare la no tax area per gli studenti; è prevista anche una quota importante di fondi per la ricerca. Quanto a fondi per la ricerca l’Italia è quasi il fanalino di coda in Europa; dunque c’è un margine di miglioramento incredibile. Ma le risorse da sole non bastano. Serve anche un modo intelligente per utilizzarle. Serve anche un’accademia aperta, libera. Bisogna che le persone abbiamo la possibilità di esprimere liberamente se stesse, trovando sostegno pratico ed efficace. Ripeto non bastano le risorse, bisogna favorire la crescita di una comunità libera e aperta di ricercatori e accademici. È necessario abbandonare definitivamente logiche verticistiche e baronali, che purtroppo dominano ancora ampie aree della Sapienza.

Parliamo del ruolo dei ricercatori. Sono molto importanti anche all’interno della didattica. Ma la loro condizione troppo spesso è precaria. Come far sì che si possano realizzare nel proprio lavoro e percorso?

La cosiddetta legge Gelmini 240 del 2010 ha creato nuove figure di ricercatori, a contratto (tipo A) e poi con una prova finale volta alla stabilizzazione (tipo B). Nel primo caso c’è il rischio che si formino sacche di precariato se alla fine del loro percorso questi ricercatori non possono essere valutati in vista di una loro stabilizzazione. L’università – e in particolare La Sapienza, che è la più grande di Italia – deve farsi promotrice di un meccanismo affinché tutti i ricercatori di tipo A abbiano il diritto di essere valutati per delle posizioni strutturali di tipo B, per far sì che ci sia un accesso regolare, naturale, non a singhiozzo all’interno dell’università. Per essere libera l’università deve essere accessibile, deve prevedere un regolare ricambio generazionale di ricercatori e di docenti; solo la certezza del reclutamento costante dà ai giovani la tranquillità necessaria per impegnarsi nella didattica e nella ricerca, in grado di dare frutti.

Il mondo dell’università è fatto anche di tecnici e amministrativi. Questo è il momento di grandi assunzioni pubbliche? Bisogna investire sulla formazione, per far sì che il personale si possa riqualificare anche per accelerare sulla digitalizzazione e lo snellimento della burocrazia?

Se prendiamo l’esempio della Sapienza vediamo che ha una componente amministrativa assai ampia. Ma non sufficientemente efficace ed efficiente. Per questo noi abbiamo bisogno di più amministrazione di qualità. Serve un piano straordinario di reclutamento del personale tecnico amministrativo. L’università è un corpo vivo in cui ogni sua componente deve potersi aggiornare, ripensando costantemente il proprio ruolo, perché la scienza e la cultura sono in continua trasformazione. È così anche per il personale tecnico amministrativo, penso ai tecnici di laboratorio, ai tecnologi che devono contribuire alla ricerca sperimentale nei laboratori scientifici, ma anche ai restauratori nei laboratori di archeologia. Necessitiamo di un maggior numero di figure professionali ad ogni livello. Solo da una nuova condivisione degli obiettivi fra la parte didattica e quella amministrativa potrà rinascere una grande università come La Sapienza.

C’è poi tutto il discorso che riguarda la tutela e la valorizzazione del patrimonio architettonico universitario. Quello della Sapienza è fra i più ingenti.

La Sapienza è forse l’università con la più ampia dotazione di beni culturali al mondo. Pensiamo alla città universitaria protetta dalla Soprintendenza, ma pensiamo anche alla facoltà di ingegneria di San Pietro in Vincoli. La Sapienza ha un patrimonio architettonico davvero unico. Va tutelato, ma soprattutto va valorizzato in vista delle finalità universitarie, ovvero la didattica e la ricerca. Non dobbiamo viverlo in modo museale, conservativo, dobbiamo adeguare gli spazi alle nuove esigenze della didattica e della ricerca. Soltanto vivendo il patrimonio in questo modo, potrà diventare un manifesto della Sapienza all’esterno. Un esempio concreto: la città universitaria progettata da Piacentini è stata il primo campus universitario in Europa e con opportuni e intelligenti cambiamenti potrebbe dimostrare capacità di trasformazione per essere al passo con le nuove esigenze della didattica e della ricerca.

La Sapienza svolge un ruolo di primo piano anche nella sanità, con il policlinico?

La Sapienza, come università che ospita il maggior numero di studenti di medicina e delle professioni sanitarie, contribuisce anche alla tutela del diritto costituzionale alla salute. La Sapienza è l’unica università in Italia a gestire due policlinici universitari e una realtà territoriale al Polo di Latina, dunque ha un impegno nel settore della formazione medica, che non ha uguale a livello nazionale; una responsabilità, che oggi è ancor più importante, per la formazione dei medici del futuro, proprio quel capitale umano di cui ogni giorno sentiamo dire il nostro Paese ha bisogno. La Sapienza è sempre stata all’avanguardia su questo. Purtroppo, il più grande policlinico universitario d’Italia, l’Umberto I (le cui stesse mura sono di Sapienza) si appresta a diventare al 50% ospedale Covid: su oltre mille letti la metà saranno letti Covid. Questo fatto, meritorio dal punto di vista della salute pubblica, ha però un grande inconveniente. Ha leso e, temo, continuerà a ledere, il diritto alla formazione di migliaia di studenti di medicina e di centinaia di specializzandi delle varie discipline, che studiano al Policlinico e dovrebbero avere la possibilità di proseguire la loro attività di formazione. Infatti, a causa della riconversione di interi reparti in reparti Covid, questi studenti si vedono limitati in questo loro diritto. È un serpente che si morde la coda: da una parte abbiamo bisogno di nuovi giovani medici formati, ma dall’altro non li mettiamo in condizione di formarsi, perché convertiamo il Policlinico universitario Umberto I, il più grande d’Italia, in ospedale Covid. Forse ci dovevamo pensare prima. Dubito che dopo vent’anni di rettori medici, un altro medico sia capace di fare fronte a questi problemi.

Per far diventare l’università un volano per uscire dalla crisi occorre soprattutto una visione chiara del presente, ma al contempo di lungo periodo? 

Ho chiamato il mio programma “Verso il 2030”: dobbiamo avere una visione ambiziosa non basta immaginare un buon sistema per far funzionare un ateneo. Questo ormai non è più sufficiente. Bisogna immaginare una università proiettata in futuro aperto sprovincializzato e soprattutto internazionale. L’internazionalizzazione deve diventare un elemento trasversale di tutto il sistema. La sfida è mettere La Sapienza all’interno dei grandi processi mondiali, che riguardano la sostenibilità e la digitalizzazione. Dobbiamo rifuggire ogni atteggiamento conservativo e di mantenimento dello status quo, dobbiamo combattere contro ogni tipo di verticismo e controllo oligarchico, per proiettarci verso il 2030 e oltre, pensando anche ai decenni successivi. Solo così la Sapienza continuerà per i prossimi settecento anni ad essere un punto di riferimento per le nuove generazioni, come lo è stata nei suoi primi settecento anni.

L’articolo prosegue su Left del 6-12 novembre 2020

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