Lo European Hospital e l’Al Awda Hospital di Gaza hanno inviato una richiesta lanciando l’allarme sull’emergenza sanitaria che colpisce la popolazione palestinese in questi giorni: mascherine (N95 e chirurgiche), alcool 70%, camici, occhiali di plastica, guanti, dispenser e visiere. È urgente avere il necessario per contenere e prevenire la diffusione incontrollata del Covid-19.
Dall’Italia un importante collegamento è costituito dal lavoro di Acs – Associazione per la Cooperazione e la Solidarietà, una Ong italiana che da anni si impegna per favorire scambio culturale e progetti di rigenerazione e sviluppo nelle aree più colpite dalla guerra. Nella Striscia di Gaza è attivo il progetto di rigenerazione Green Hopes Gaza. Fin dalla sua nascita Acs lavora in stretto contatto con il Centro di scambio culturale Vittorio Arrigoni – VIK.  Attraverso un crowdfunding, disponibile su produzionidalbasso.com e sulle pagine social Gaza FREEstyle , (una collettività di attiviste e attivisti che dal 2014, grazie alla cultura di strada, tra l’Italia e Gaza promuove il rispetto della donna e dell’altro, la fratellanza e la condivisione attraverso la diffusione e la pratica dello skate, il calcio e il circo) è possibile prendere parte alla raccolta di materiali sanitari da inviare ai due ospedali. Una risposta attiva alla richiesta di solidarietà, oggi più che mai necessaria.

Basti pensare al nostro lockdown, alle difficoltà che ognuno di noi ha incontrato in questi duri mesi di pandemia, e immaginare invece di vivere quella stessa situazione trovandoci dall’altra parte del mare. Pulizia costante delle mani, distanziamento fisico, terapie intensive, quarantene e mascherine. In otto mesi dallo scoppio della pandemia abbiamo imparato a fare i conti con la fondamentale importanza di ognuna di queste cose. Convivere con misure limitative della libertà personale per garantire a tutte e tutti il diritto alla salute è stato un enorme sforzo collettivo. Come rinunciare agli spostamenti, alla socialità e spesso anche al lavoro. Ogni cittadino d’Europa, chi più chi meno, ha garantita dalla nascita la libertà di movimento, il diritto alla salute attraverso un sistema sanitario pubblico più o meno efficiente, una rete elettrica e un sistema di comunicazione capace di tenere milioni di persone interconnesse costantemente per mesi.

Il Mediterraneo bagna anche le spiagge della Palestina, come quelle di Gaza, il più grande carcere a cielo aperto del Pianeta. Chi nasce entro quei confini, segnati per terra, per mare e per aria dall’esercito israeliano, vive in una condizione simile a quella di un detenuto. Non si esce e non si entra con facilità da Gaza. Oggi il Covid-19 ha superato le recinzioni e i muri, i cecchini e i valichi che separano due milioni di persone dal resto del mondo. A Gaza più del 95% dell’acqua è inquinata, non è potabile e sicuramente non può essere utilizzata per sterilizzare le mani, nemmeno dei medici. La scarsa qualità di questo bene primario ha conseguenze pesanti sulle condizioni di salute della popolazione, con tassi elevati di immunodepressione e malattie. L’elettricità è centellinata, per poche ore al giorno si può fare affidamento sulla rete elettrica, ma non è comunque abbastanza per sostenere le postazioni di terapia intensiva degli ospedali. Il resto del tempo bisogna ricorrere ai generatori.

Due milioni di persone vivono in una striscia di terra lunga circa 40 km, unendo a Sud la penisola del Sinai e a Nord lo Stato di Israele. Come se tutta la popolazione di Milano fosse concentrata in un’area grande quanto il Lago di Garda. Due milioni di giovanissimi, visto che l’età media della popolazione supera a malapena i 18 anni. Esistono luoghi nella Striscia di Gaza, come il campo profughi di Jabalia, dove la densità abitativa raggiunge punte di più di 100.000 abitanti per km quadrato. In un contesto di costante precarietà della vita, tra guerre e privazioni, il tasso di disoccupazione e quello di povertà hanno superato il 70%. La carenza di macchinari per la ventilazione meccanica (sono circa 50 all’interno della Striscia) e di posti letto in terapia intensiva si aggiunge alla mancanza cronica di medicinali e prodotti sanitari di base e alla inadeguatezza delle strutture sanitarie in un sistema già al collasso da anni. Il governo militare di Hamas ha imposto un lockdown preventivo, chiudendo di fatto la maggior parte delle attività. Misure come queste non sono nuove in un’area colpita di frequente dai bombardamenti dell’aviazione israeliana. Nemmeno durante la fase di emergenza, infatti, le bombe hanno smesso di cadere dai cieli di Gaza. In questa situazione di persistente crisi economica e sociale determinata dalla durezza dell’embargo e dell’occupazione dei confini da parte dell’esercito israeliano, l’emergenza sanitaria del Covid-19 rischia oggi di essere devastante.

È ora di richiamare la comunità internazionale alla propria responsabilità verso le violazioni del diritto internazionale perpetrate dal governo israeliano, senza più ignorare le profonde ingiustizie che pesano sul popolo palestinese. Gli accordi di pace con Stati come gli Emirati Arabi dimostrano solo la semplicità con cui Netanyahu e il suo esecutivo sono disposti, per interessi politici ed economici, a scendere a patti con alcune tra le dittature più dure del Pianeta. Mentre l’egemonia politica e religiosa nel mondo arabo e musulmano vengono pericolosamente contese da Erdogan, l’Europa è chiamata a rompere il muro di isolamento che stringe il popolo palestinese. Dal basso, ciò che ci è possibile fare oggi è questo: sostenere le raccolte di fondi e di materiali sanitari necessarie per combattere il Covid-19.

 

 

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