I ghiacciai italiani che arretrano, costretti ad arrendersi di fronte all’innalzamento delle temperature. Le api travolte in Piemonte da sbalzi di temperatura che scombussolano i loro bioritmi e rischiano di farle scomparire. I frutti tropicali come mango e avocado che prosperano in una Sicilia ormai sulla via della desertificazione. Sono storie concrete. Di quelle che le capiscono tutti al volo, quando ne parli al bar sotto casa. E sono sconcertanti. Ci fanno cogliere immediatamente quanto il cambiamento climatico nel Belpaese non sia (solo) un’urgenza da risolvere per proteggere le prossime generazioni, ma (anche) una questione che ci investe oggi, che sta modificando irrimediabilmente le nostre abitudini e la nostra economia.

Ci fanno capire che non c’è tempo da perdere. Sono le vicende che ci racconta Stefano Liberti nella sua ultima fatica, Terra bruciata (Rizzoli), un viaggio avventuroso e inquietante nella Penisola ridisegnata dalla crisi ambientale. E poi ci sono le cause di questa crisi, dovuta al cambiamento del clima. Un fenomeno che, al contrario di quanto ancora si tende a credere, non è da attribuirsi solo all’inquinamento causato da trasporti e produzione di energia. Già, perché l’agricoltura, la deforestazione, gli usi del suolo, lo spreco alimentare e i processi di trattamento e trasformazione dei prodotti alimentari sono alla base del 37% delle emissioni totali di CO2 nel mondo. Un dato, quello fornito dall’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), che ci fa comprendere quanto sia diventato insostenibile il modello di vita di una fetta di cittadini del pianeta, più precisamente il modo in cui produce e consuma frutta, verdura e carne.

Da tale percentuale si sviluppa la preziosa analisi che Fabio Ciconte racchiude nel saggio Fragole d’inverno (Laterza), un volume che accende i riflettori su quanto il riscaldamento globale sia legato a filo doppio a cosa scegliamo ogni giorno di mangiare. Liberti, giornalista e film-maker, e Ciconte, ricercatore e direttore della associazione ambientalista Terra!, a lungo hanno collaborato ad inchieste sulle filiere agroalimentari. E oggi, tra queste opere “soliste” da poco uscite in libreria, non manca un visibile un trait d’union. Da un lato, dunque, abbiamo un affresco di un’Italia sempre più calda che si piega ai diktat della colonnina di mercurio, e dall’altro una cartografia che traccia le responsabilità che hanno le attività agricole, con a margine alcune strategie per ripensarle radicalmente e provare a salvarci insieme. Il tempo che abbiamo a disposizione è limitato. Ad allarmare, prima di tutto, è…

L’articolo prosegue su Left del 27 novembre – 3 dicembre 2020

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