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La pandemia ha acuito le violenze, già feroci, perpetrate da parte delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico internazionale di esseri umani. Un fenomeno che riguarda in particolare l’Italia. L’allarme dell’Osservatorio Antitratta

Se l’effetto combinato della pandemia e della recessione economica ha già prodotto effetti molto pesanti per gli occupati nell’economia sommersa, la condizione delle persone oggetto di tratta, grave sfruttamento sessuale e lavorativo appare ancora più grave. Nella cronaca degli ultimi mesi, il tema della prostituzione forzata e del caporalato è passato sotto silenzio, a conferma della sua marginalità nel dibattito pubblico. Eppure, la pandemia non ha certo annullato il mercato della prostituzione forzata e del lavoro sfruttato. Sono decine di migliaia le donne, gli uomini e i transgender che formano, a livelli diversi di sfruttamento e di autonomia, questo mercato sommerso di corpi.

Per capire le principali tendenze registrate nei mesi più acuti della pandemia, abbiamo interpellato alcuni referenti dei progetti a favore delle persone oggetto di grave sfruttamento sessuale. Sono progetti e servizi di vario tipo – riuniti dai primi anni 2000 in un unico sistema d’intervento, finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità – che intervengono su tre livelli fondamentali (emersione, prima assistenza, seconda accoglienza e inclusione sociale), in un’ottica di protezione dei diritti sociali e di autonomia delle persone sfruttate.

Tiziana Bianchini, referente dell’area tratta e prostituzione per la cooperativa Lotta contro l’Emarginazione di Milano, sottolinea come durante il lockdown ci sia stata una netta diminuzione della domanda di prestazioni sessuali a pagamento. Inoltre, gli operatori antitratta hanno osservato un parziale spostamento dell’offerta dalle strade agli appartamenti, poi drasticamente limitato dai vari provvedimenti di restrizione alla mobilità. La fascia di popolazione transessuale è stata molto colpita a livello di bisogni primari, ma al tempo stesso ha saputo reagire alle difficoltà attivando aiuti e supporto attraverso canali informali e comunitari. Più complesso, secondo Bianchini, riuscire a leggere quanto sia avvenuto fra le donne nigeriane, con le quali i contatti si sono fatti più difficili. Si tratta della nazionalità che in Italia, da inizio secolo, forma il gruppo più numeroso della prostituzione straniera e che per molti aspetti è quello più esposto alla tratta e a forme di grave sfruttamento.

A Milano gli operatori antitratta, nei mesi più acuti della pandemia, hanno provato a sperimentare nuove modalità d’intervento, ad esempio attraverso incontri da remoto sulla riduzione dei rischi e videoclip informative sulle misure di protezione da Covid-19, sulla salute e sul benessere. Altri interventi d’aiuto, come è avvenuto a Firenze e in diverse altre località, hanno riguardato la distribuzione di pacchi alimentari o l’organizzazione di mense popolari.

Spostandosi a Napoli, Andrea Morniroli (cooperativa sociale Dedalus) sottolinea, come elemento di fondo, il fatto che la pandemia abbia accelerato e reso più evidenti le disuguaglianze già esistenti all’interno della popolazione che si prostituisce. Solo la fascia “alta”, più garantita della prostituzione, le escort e quelle lavoratrici del sesso italiane già attrezzate per esercitare in casa od online, ha in qualche modo assorbito la crisi. La maggioranza di donne straniere e italiane ha invece sperimentato ciò che Morniroli definisce una diffusa condizione di impoverimento, causata dalla scomparsa dei clienti e dall’assenza totale di forme di sostegno al reddito. In particolare, con lo svuotamento delle strade, le transessuali italiane e le donne nigeriane con debito hanno sofferto in modo acuto la nuova situazione determinata dalla pandemia. Oltre alla distribuzione di pacchi alimentari e di materiale informativo, Dedalus ha aderito, insieme ad altre realtà femministe e del terzo settore, a una raccolta fondi nazionale destinata alle lavoratrici sessuali, mirata alla raccolta e alla fornitura di generi di prima necessità, farmaci e presidi sanitari, sostegno per utenze e affitti.

In contesti più periferici come Asti e Alessandria, come racconta Alberto Mossino dell’associazione Piam, durante il lockdown la prostituzione su strada è quasi scomparsa e si è ridotta fortemente quella svolta in appartamento. Le donne nigeriane con debito e in situazioni di sfruttamento, si sono trovate spesso abbandonate a loro stesse dalle reti criminali: spremute per anni e anni, durante l’emergenza sanitaria non hanno ricevuto nessun aiuto dai loro sfruttatori, trovandosi intrappolate e sole. Anche in questo caso, le richieste arrivate all’associazione sono state prevalentemente legate a bisogni primari (cibo, richieste di soldi per pagare affitto e spese urgenti).

Grazie all’Osservatorio del Numero Verde Nazionale Antitratta, dispositivo di raccordo dei 21 progetti regionali antitratta, è ora possibile allargare lo sguardo del fenomeno su una dimensione nazionale. Se nei mesi più acuti della pandemia l’attività dei progetti antitratta è stata fortemente limitata, garantendo solo i servizi essenziali all’utenza, in molti contesti territoriali gli operatori e le operatrici hanno comunque mantenuto aperti i canali di contatto e di supporto con i gruppi più vulnerabili. Ciò ha permesso di realizzare campagne mirate di informazione e di prevenzione sanitaria.

Sul fronte delle emersioni, cioè delle persone che si sottraggono a una condizione di tratta o grave sfruttamento, l’Osservatorio Antitratta ha registrato un quasi azzeramento fra marzo e aprile, e da maggio una significativa diminuzione rispetto all’ordinario. Anche le chiamate di aiuto e le segnalazioni di potenziali persone sfruttate sono fortemente diminuite nei due mesi di confinamento domestico, per risalire – anche se al di sotto dei livelli ordinari – in seguito. Dal punto di vista dei bisogni e delle problematiche venute alla luce in questi ultimi mesi, tutti i progetti antitratta hanno da subito segnalato uno stato di forte emergenza per l’utenza, specie di tipo economico e abitativo. La precarietà intrinseca alle persone che si prostituiscono in condizioni di sfruttamento, la loro condizione di invisibilità sociale sono state da subito aggravate in modo acuto e drammatico dalle conseguenze della pandemia.

Nel complesso, il prolungamento dell’emergenza sanitaria e dei provvedimenti di blocco/restrizione della mobilità, fermando in larga misura il mercato della prostituzione, potrebbero accentuare le differenze esistenti. Mentre la fascia più garantita e autonoma della lavoratrici del sesso potrebbe assorbire la crisi in atto, per la maggioranza di persone trafficate o in condizione di sfruttamento, le incognite sono molte. Nello scenario di recessione economica in atto, una componente significativa di donne risulta sovra-esposta all’impoverimento, all’isolamento sociale e a problemi di accesso a bisogni di base.
Ciò potrebbe comportare due effetti. In primo luogo, marginalizzare ulteriormente la fascia più vulnerabile della prostituzione, a partire da quella straniera. In secondo luogo, la crisi economica crea lo sfondo per una ri-vittimizzazione: una parte di donne emerse da condizioni di grave sfruttamento, potrebbe nuovamente indebitarsi o rientrare in circuiti di sfruttamento. Se questa è la situazione di fondo, sarebbe fondamentale da una parte rafforzare il sistema di interventi antitratta, dall’altra implementare politiche sociali e misure di tipo economico capaci di ampliare le scelte di vita per le lavoratrici sessuali. In questo senso, l’adozione di misure di sostegno al reddito di tipo universalistico appare l’unica soluzione, sul medio periodo, in grado di arginare la condizione di impoverimento diffuso descritta.

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L’autore: Andrea Cagioni è un operatore e ricercatore sociale a Firenze

Il libro

Le ombre del lavoro sfruttato Studi e ricerche sulle forme di sfruttamento lavorativo in Italia e in tre province toscane è il titolo del libro curato da Andrea Cagioni e uscito per Asterios. Si tratta di un testo che mette a confronto l’analisi di diversi tipi di dati e di fonti con il racconto di testimonianze dirette dei lavoratori e delle lavoratrici oggetto di sfruttamento. La ricerca, realizzata in tre province toscane (Lucca, Siena e Grosseto), mostra come il caporalato e le altre forme di sfruttamento lavorativo non siano affatto fenomeni residuali, specifici di contesti territoriali e produttivi marginali. Dall’agricoltura alla logistica, dalla ristorazione all’assistenza alla persona, emerge un quadro del lavoro oggi in Toscana fatto di poca luce e molte ombre.

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