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Le venti novelle di Calvino sono un esempio di sensibilità per il paesaggio e di ambientalismo ante litteram. Ma sono anche una lezione sul tempo, sulla necessità di lentezza e di profondità nell’osservare la realtà. Un testo da riscoprire a scuola. E non solo

«Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza». Il Marcovaldo di Calvino si legge facilmente. Le righe scorrono, senza fatica. La scrittura è semplice, i periodi tutt’altro che articolati. Il vocabolario familiare. Insomma senza ricercatezze. Così inizia una delle venti novelle delle quali si compone il libro e quasi senza accorgersene si arriva alla fine. Per poi passare alla successiva. Accade perché si tratta di storie concluse. Dallo schema pressoché uguale. Anche per questo motivo credo sia utile lavorarci insieme ai ragazzi, in classe. Dedicargli del tempo. D’altra parte la prima edizione di Marcovaldo ovvero Le stagioni in città uscì nel 1963 in una collana di libri per ragazzi dell’editore Einaudi. Nel 1966 Calvino ripubblicò Marcovaldo in una collana di letture per la scuola media. Insomma, allo stesso autore era ben chiaro quanto questa opera potesse esercitare la sua benefica influenza sugli alunni delle medie. Sulla loro crescita. Come persone, naturalmente.

I motivi della mia scelta? Differenti, senza dubbio. Sono insiti nel sottotitolo di Marcovaldo, innanzitutto. Ovvero, “le stagioni in città”. Già, proprio quelle stagioni delle quali abbiamo perso in gran parte coscienza. La capacità di intravederne i caratteri nello scorrere dei mesi. Ma che ci sono, ancora. Anche se molto meno nitide rispetto agli anni Cinquanta del Novecento quando Calvino ha scritto le diverse novelle. La natura fa capolino qua e là nella città del Nord nella quale abita Marcovaldo. Si affaccia quando può. Dove trova uno spazio nel quale mostrarsi. Così, ecco il «piccolo giardino incolto» de “Il giardino dei gatti ostinati” e «la pianta in vaso dell’ingresso» della ditta nella quale lavorava de “La pioggia e le foglie”. «Il fiume nel suo corso a monte della città, e i fiumicelli suoi affluenti» de “Dov’é più azzurro il fiume” e «la collina» de “L’aria buona”. «Le rive del fiume» de “Un sabato di sole, sabbia e sonno” e «il verde di una piazza alberata» de “La villeggiatura in panchina”. Marcovaldo nota quel che…


L’articolo prosegue su Left del 23 dicembre 2020 – 7 gennaio 2021

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