Cinque anni senza David Bowie. Ma la sua musica e la sua arte continuano a ispirare altra musica, arte, letteratura. E poi saggistica e omaggi di autore. Molti anche qui in Italia, a cominciare da quello spiritosamente agiografico di Gianluigi Recuperati, Generosity (Piemme, 2021), in cui lo scrittore usa come paradigma di interpretazione dell’opera di Bowie quello della “generosità”, intesa non come regalo di ciò che si ha in abbondanza, ma come dono di ciò che ci è essenziale.
In effetti la generosità nel riconoscere il talento altrui ha fatto di Bowie un artista estremamente recettivo e aperto al nuovo, come ci raccontano Damiano Cantone e Tiberio Snaidero nell’interessante saggio Codice Bowie (Meltemi, 2020). Anche quando era ormai una rockstar non ha mai smesso di ascoltare le nuove uscite, di andare ai concerti di artisti emergenti, cercando con loro un dialogo e un confronto. Era estremamente curioso delle nuove tendenze in ambito musicale ma anche in quello dell’architettura, del design e delle arti figurative. Ed è su quest’aspetto e sul suo rapporto con le immagini che vorremmo soffermarci qui.
Le sue canzoni, come è noto, sono piene di immagini, visionarie, oniriche, allusive, dense di senso. Apparentemente slegate fra loro, nel tempo rivelano una tessitura profonda, un filo di pensiero che ha che vedere con il vissuto emotivo dell’artista, con la sua dimensione più intima, ma anche con il suo sfaccettato orizzonte filosofico. Lettore di Nietzsche e curioso dell’esoterismo, aveva mutuato dal buddismo il pensiero dell’impermanenza di tutte le cose e l’importanza dello spirito di ricerca. Mettendo insieme differenti linguaggi espressivi – dalla musica, al canto, alla danza, al video – nelle sue performance cercava di dare forma e rappresentazione alla trasformazione continua del mondo interiore. Il tentativo era sempre esprimere una dimensione altra, diversa da quella lucida e razionale della veglia. Per questo le immagini erano essenziali per lui. Si nutriva di arte come appassionato conoscitore ed anche come collezionista, soprattutto come forma di auto-formazione; la sua era largamente da autodidatta e vorace lettore. Insieme al lavoro di composizione, in cui contavano molto l’improvvisazione e tecniche di cut-up alla William S. Burroughs, lavorava ai suoi album, traducendoli in articolate story boards.
Bowie ricorreva alla pittura soprattutto quando si trovava in un cul de sac creativo. Affascinato dalla tradizione antica di uso del disegno in chiave esplorativa che ha avuto in Leonardo uno dei suoi massimi esponenti, rappresentare per immagini era per lui un modo per superare l’impasse. L’interesse per il Rinascimento fiorentino è sempre stato fortissimo in lui che, come ci ha fatto notare Fabio Magnasciutti, si divertiva ad evocare il David di Michelangelo citandone il gesto della mano nel video di “Heroes”. Se apriamo il capitolo citazioni moltissimo ci sarebbe da dire. Bowie disseminava i suoi lavori di citazioni implicite, aprendo le sue creazioni a una pluralità di piani di lettura. Basta pensare per esempio alla figura del Minotauro cieco che si fa guidare dalla fanciulla: un gesto esemplato dalle opere grafiche di Picasso con cui Bowie ha chiuso molti dei suoi ultimi concerti, uscendo di scena poggiando la mano sulla spalla della bassista e polistrumentista Gail Ann Dorsey, asse femminile, portante, della sua musica dal vivo e in studio.
Ma veniamo al suo rapporto con il fiammeggiante Tintoretto di cui Bowie, dall’alto delle sue possibilità economiche, poté acquistare L’angelo annuncia il martirio di Santa Caterina d’Alessandria (1560). Quell’opera, che è stata messa all’asta dopo la sua morte, era il fulcro della sua collezione. Motivo d’ispirazione per la luce, per il tratto emotivo e febbrile, la forza visionaria. In Codice Bowie i due autori riportano alcune interviste in cui Bowie parlava dell’artista veneziano come di una sorta di alter ego anche per il modo in cui si era esposto totalmente, regalando le sue opere, lavorando in modo “matto e disperatissimo” per potersi esprimere in spazi pubblici. (In suo omaggio negli anni Novanta Bowie chiamò la sua casa di produzione Tintoretto music). L’amore per il pittore veneziano si lega soprattutto al suo sguardo, alla sua capacità di trasfigurare la realtà, al dinamismo delle sue scene sacre, in cui arde un fuoco umanissimo. La questione dello sguardo è sempre stata centrale per Bowie. Ce lo ricorda questo denso e appassionato lavoro di Cantone e Snaidero ricordando un dato biografico: i due occhi diversi di Bowie. Il suo sguardo straniante era frutto di un incidente di gioventù, una scazzottata finita male con un compagno di scuola per una ragazza. Bowie ne uscì con una pupilla dilatata. Seppe fare di quell’handicap un segno per dire altro. Evocando uno sguardo su una realtà più profonda. Bowie ha cercato di portare sulla scena pop rock il messaggio colto di Tiresia che, come racconta il mito greco, seppur cieco sul piano fisico aveva il dono di una visione interiore. Il tema dello sguardo attraversa tutta l’opera di Bowie, ricostruisce Codice Bowie, dal «Wild eyed boy» di Space oddity (1969) all’ultimo Blackstar (2016) in cui nei panni del personaggio Lazarus appare in video con una benda forata a coprire gli occhi, a simboleggiare l’imminente conclusione del ciclo biologico della vita. L’ateismo di Bowie, il suo anticlericalismo e più ancora la sua avversione a una dimensione religiosa che annienta l’umano, sono alcuni aspetti indagati da questo saggio che esplora l’opera di Bowie attraverso 50 lemmi, parole chiave che schiudono mondi come porte girevoli. Oltre a “sogno”, “arte”, “bellezza”, “avanguardia”, “trasformazione”, tra molte altre c’è anche la voce “religione”: «Non ci sono dubbi sull’anticlericalismo di Bowie», scrivono i due autori. «È un atteggiamento che ha ripetutamente ribadito, da The next day a Blackstar», la sua ultima opera dove Gesù e i ladroni sono raffigurati come tre spaventapasseri. «È dunque il prete la figura più odiata da Bowie», perché i preti negano ogni possibilità di riscatto in terra, negano la sessualità, perché condannano al dolore e alla sofferenza come espiazione. «Dio è una rovinosa sovrastruttura» ebbe a dire Bowie in un’intervista rilasciata ad Epok nel 2003 e riproposta in questo libro. Non accettava messaggi consolatori. «L’unica strada è sperimentare, accettare il rischio del fallimento, affrontare l’ignoto senza paura, cercando bellezza e una possibilità di conoscenza».
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