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Dopo trent’anni di crescita fondata sull’export, le incertezze del panorama internazionale hanno spinto Pechino a puntare di più sui consumi interni per stabilizzare l’economia. Ma gli effetti della pandemia possono consentirle di mantenere la sua forte presenza in Africa

Da Shenzhen ad Addis Abeba, Etiopia, verso il resto dell’Africa. È il percorso che compiranno i vaccini cinesi grazie alla costruzione di una rete logistica che prevede un ponte aereo della catena del freddo con il sussidio di Cainiao, il braccio logistico di Alibaba. Mentre i Paesi sviluppati si sono già assicurati la fetta più consistente delle forniture farmaceutiche globali, dopo aver dispensato tamponi, mascherine e respiratori, Pechino continuerà a sostenere il continente nella lotta al coronavirus.

«I Paesi africani saranno tra i primi a beneficiare» del vaccino cinese, aveva assicurato il presidente Xi Jinping lo scorso giugno durante un vertice straordinario convocato online per coordinare la riposta contro l’epidemia nel continente. Non solo la promessa è stata mantenuta. A dicembre nella capitale etiope sono cominciati i lavori per il nuovo Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie; progetto finanziato, costruito ed equipaggiato interamente dal governo cinese, che si va ad aggiungere alla lunga lista di stadi ed edifici governativi realizzati dal gigante asiatico nel continente.

Nel bene e nel male, la pandemia sta aiutando Pechino a cementare la propria posizione nella regione. Complice il disimpegno Usa e l’assenza di un’alternativa europea. Il tempismo non potrebbe essere più azzeccato. Mentre l’Africa conserva ancora un notevole potenziale economico e politico (dispensando voti filocinesi in sede Onu), il vecchio “business model” del gigante asiatico nel continente comincia a scricchiolare: con l’oscillazione dei prezzi delle commodities, l’equazione prestiti facili in cambio di materie prime non solo espone le banche statali cinesi a gravi rischi. Non è neanche più così conveniente ora che …


L’articolo prosegue su Left dell’8 gennaio 2021

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