Il 28 luglio 2025 un colono israeliano uccideva a Masafer Yatta l'attivista Awda Hathaleen. A un anno di distanza Lia Trofin si è recata in Cisgiordania e ha intervistato il suo collega e coordinatore del movimento palestinese non violento, che ci racconta come si vive oggi nei territori sotto attacco di Israele

Testo e foto di Lia Trofin da Masafer Yatta – Due proiettili sparati ad altezza d’uomo. Una persona centrata in pieno, l’altra sfiorata per miracolo. È il 28 luglio 2025 quando Awda Hathaleen, 31 anni, attivista palestinese del movimento non violento Youth of Sumud, insegnante e padre di tre figli, viene ucciso da un colono israeliano nel villaggio di Umm al-Kheir, a Masafer Yatta, nella Cisgiordania meridionale. Con la sua telecamera stava documentando la costruzione di un nuovo avamposto coloniale sorto a pochi metri dalle abitazioni palestinesi. A un anno dall’uccisione di Awda, che con la sua consulenza ha contribuito alla realizzazione del documentario premiato con l’Oscar No other land, la situazione in quella zona non solo non è migliorata, ma continua a deteriorarsi. Ne parliamo con Sami Huraini, coordinatore dello stesso movimento di resistenza non violenta di cui anche Awda faceva parte, che documenta quotidianamente quanto accade nei villaggi a sud di Hebron.

Che clima si respira all’interno delle comunità della Masafer Yatta?
Questo è stato uno dei periodi più duri che abbiamo vissuto. Nella notte tra il 18 e il 19 luglio ad At-Tuwani (il più grande villaggio dell’area, nda) siamo stati attaccati contemporaneamente dai coloni e dall’esercito israeliano, che agiscono insieme applicando una politica estremamente violenta. Decine di coloni provenienti dall’insediamento di Ma’on hanno incendiato la moschea, case e automobili. Una donna incinta è stata colpita durante l’attacco e ha perso il bambino che portava in grembo. Sono arrivati nel villaggio con musica ad alto volume, provocando gli abitanti.

In che modo è intervenuto l’esercito israeliano in questa vicenda?
Quando abbiamo cercato di fermare i coloni, l’Idf (l’esercito israeliano, nda) è intervenuto arrestando i palestinesi invece degli aggressori. I coloni possono entrare nel cuore del villaggio sotto la protezione dell’esercito israeliano. Camminano intorno alle nostre case, impediscono alle persone di muoversi liberamente e fanno tutto quello che vogliono. Molti arrivano da altri insediamenti solo per terrorizzarci. Ci gridano: «Quando andrete tutti in Giordania?». È evidente quale sia il loro obiettivo. Anche lo scorso 24 luglio, senza alcun motivo, l’esercito ha arrestato un ragazzo di 15 anni appartenente alla stessa famiglia la cui casa era stata incendiata dai coloni. Vogliono mantenere la paura all’interno della comunità. È la stessa politica che Israele applica in tutta la Cisgiordania: costringere i palestinesi a vivere costantemente nel terrore affinché i coloni possano impadronirsi delle nostre terre.

A un anno dall’uccisione di Awda Hathaleen, com’èla situazione?
La situazione è diventata molto più difficile, soprattutto dopo la costruzione del nuovo avamposto accanto alle case dei palestinesi a Umm al-Kheir. Da quel momento la violenza è aumentata costantemente. Prima sono arrivati i bulldozer per costruire l’avamposto, poi sono arrivati i coloni che hanno continuato a espanderlo. La nostra comunità viveva già sotto pressione, ma oggi è molto peggio. Ogni giorno subiamo molestie e intimidazioni davanti alle nostre case, vicino al centro della comunità. I coloni hanno installato recinzioni sempre più vicine alle abitazioni palestinesi e continuano ad attaccare uomini, donne e bambini. Mentre Umm al-Kheir continua a subire demolizioni, l’insediamento di Carmel continua a espandersi sulle terre palestinesi. I coloni hanno tutti i servizi, acqua, elettricità e la protezione dell’esercito. A noi, invece, vengono distrutte le condutture dell’acqua, le linee elettriche e persino le case. L’obiettivo dell’occupazione è chiaro: rendere la vita dei palestinesi sempre più insopportabile per costringerci ad andarcene.

Quale messaggio vorresti rivolgere alla comunità internazionale e alle persone che seguono con dolore e senso di impotenza ciò che sta accadendo?
Israele continua a raccontare al mondo che si tratta delle azioni di pochi individui. Voglio che tutti sappiano che non è vero. Le violenze che si consumano quotidianamente in Cisgiordania non sono il risultato di episodi isolati. Sono parte di una politica pianificata, studiata e sostenuta dal governo israeliano. Il governo approva queste azioni e fornisce tutto il sostegno necessario perché proseguano. Siamo di fronte a un sistema organizzato di terrore. Basta guardare i fatti: i coloni agiscono sotto la protezione dell’esercito e con il sostegno del governo. Noi viviamo tutto questo ogni giorno perché Israele continua ad agire senza dover rispondere delle proprie azioni e perché riceve ancora un sostegno internazionale che gli permette di continuare. Per questo viviamo costantemente nella paura e nel trauma. Spero che la comunità internazionale chieda finalmente responsabilità per questi crimini. Spero che le persone aprano gli occhi e scelgano di stare dalla parte della giustizia e della Palestina, prima che sia troppo tardi.

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Tremila violenze in meno di un anno. Il rapporto di Mediterranea che documenta la pulizia etnica
A sparare e uccidere l’attivista palestinese Awda Hathaleen, di 31 anni, lo scorso 28 luglio 2025, è il colono israeliano Yinon Levy, già noto per le numerose violenze commesse contro la popolazione palestinese. Dopo l’omicidio, le forze armate israeliane raccolgono esclusivamente la ricostruzione dei fatti fornita dallo stesso Levy e arrestano 17 palestinesi presenti sul posto. Tutti vengono rilasciati nei giorni successivi senza che sia formulata alcuna accusa nei loro confronti.

L’uccisione dell’attivista di Youth of Sumud, insegnante di inglese e padre di tre figli, è solo uno dei casi documentati nel report di Mediterranea Saving Humans Masafer Yatta, un laboratorio di pulizia etnica, che raccoglie 2.999 violazioni dei diritti umani registrate in appena 343 giorni del 2025, all’interno di un’area di soli 36 chilometri quadrati a sud di al-Khalil (Hebron). In quella zona vivono circa tremila palestinesi che continuano a lottare attraverso forme di resistenza non violenta, rifiutando di abbandonare le proprie terre e continuando a praticare agricoltura e pastorizia nonostante demolizioni, violenze e intimidazioni quotidiane.

Il rapporto di Mediterranea descrive queste violenze non come episodi isolati, ma come parte di una strategia sistematica finalizzata allo sfollamento forzato della popolazione palestinese. Ogni episodio raccolto è accompagnato da documentazione fotografica e video che mostra la presenza, o il sostegno, delle forze armate israeliane durante gli attacchi dei coloni.

«Il lavoro di monitoraggio e denuncia ci è stato espressamente richiesto dalla popolazione palestinese della Masafer Yatta», spiega Elisa C., coordinatrice del progetto di Mediterranea Saving Humans nei Territori palestinesi occupati. «Il nostro compito è amplificare la loro voce e portarne l’indignazione dove, senza il privilegio di essere ascoltati e creduti più facilmente, faticherebbe ad arrivare. Negli ultimi anni abbiamo visto crescere l’attenzione dell’opinione pubblica e anche prendere decisioni importanti, come le recenti sanzioni europee contro alcuni coloni più violenti. Ma dobbiamo continuare a raccogliere prove e chiedere responsabilità, perché questo sistema continua a ricevere sostegno politico ed economico. È una responsabilità che riguarda tutti: anche dalle nostre case possiamo scegliere di prendere posizione, votare e boicottare chi contribuisce a mantenerlo».