I risultati di un'indagine della Fondazione Di Vittorio per Slc Cgil restituiscono una fotografia inquietante del mondo del cinema e dello spettacolo dal vivo

L’Italia ha una tradizione unica al mondo di cinema e spettacolo dal vivo, una fonte di storia, bellezza e talento. Eppure, si investe poco e male su questo settore e spesso chi ci lavora viene abbandonato.

È il tema di un’indagine della Fondazione Di Vittorio per SlcCgil dal titolo “Scena e Schermo. Indagine sulle condizioni di lavoro nel mondo del live e del cineaudiovisivo”, realizzata sulla base di 2.300 questionari che raccontano altrettante storie di professionisti dello Spettacolo, per i quali passione e creatività convivono con fatica e sacrificio. È il secondo report del sindacato dei lavoratori della comunicazione sulla condizione di chi lavora nel settore dello spettacolo, il primo era uscito nel 2025.

L’inchiesta affronta ogni aspetto della condizione di lavoro: intermittenza, precarietà, poco welfare, difficoltà di programmare il futuro, tempi non riconosciuti per le prove e lo studio, ritmi frenetici e orari lunghi nei periodi di lavoro, salute e usura dei corpi, molestie, bassi salari, fragilità della contrattazione collettiva, spesso lavoro non pagato, sottopagato o in nero. Tutti problemi vecchi a cui si aggiungono i nuovi rischi legati all’Intelligenza artificiale.

Per la prima volta, lo studio tiene insieme il cinema e il live, ma soprattutto i tantissimi mestieri che li attraversano. Dai teatri alle fondazioni lirico sinfoniche, fino ai set cinematografici, le pubblicità, i documentari, i palchi, le fiere, i circhi, i cabaret fino all’arte di strada e alle nuove forme di creatività online.

Che siano professioni interpretative (chi recita, chi canta, chi suona, chi balla…) o autoriali (chi scrive, chi dirige un film o un’orchestra, chi realizza scenografie, coreografie, fotografie…), che si occupino della produzione o della post-produzione, che lavorino per allestire i palchi, i set, le luci, i suoni, i costumi, il trucco o altro, sono tutte professionalità che hanno un alto contenuto artistico e creativo. Studiano anni, hanno esperienza e mestiere, molti insegnano per trasmettere la propria arte. Ognuno con il suo lavoro contribuisce a realizzare la magia dell’opera finale. Non ha nemmeno senso chiamare artisti soltanto alcuni. Lo sono tutti e tutte.

Il campione della Fondazione Di Vittorio vive soprattutto tra Centro e Nord, un dato pressoché identico a quello dell’Istat. È un bene per l’inchiesta, perché i dati raccolti corrispondono a quelli ufficiali. Ma è un male in sé, perché il Sud rischia di essere tagliato fuori. Con esso, in generale, le aree periferiche, perché gran parte del lavoro si concentra nelle città metropolitane, soprattutto Roma e Milano.

I dati sulle condizioni offerte dai committenti sono imbarazzanti. Al 50,6% degli intervistati, a prescindere dal fatto che abbiano accettato, è capitato che fosse proposto un lavoro non pagato, al 77% pagato poco, al 45% in nero. Accade soprattutto nel live e agli interpreti, alle prese con l’inaccettabile inganno che, siccome è un bel lavoro, si fa per passione più che per il vil denaro. Ci cascò pure il ministro della Cultura Giuli, quando si lamentò delle proteste del coro della Fenice, ingaggiato per soli 35 euro per cantare l’Inno d’Italia il 2 giugno. Disse che lui ne conosceva tanti di artisti che lo avrebbero fatto gratis!

Quanto il tuo lavoro è:

Il punto debole è la condizione di ricatto, soprattutto per i più giovani, che spesso non hanno alternative se non accettare quello che viene offerto. Resta il fatto che queste condizioni sono proposte spesso anche a chi lavora da anni. Possono non accettare, ma questo rende più debole l’intero sistema.

Se questo è dovuto alla mancanza di scrupolo di molti committenti, diverso è per la condizione di intermittenza, spesso legata alla natura stessa del lavoro. A parte le fondazioni lirico sinfoniche e i teatri nazionali, il contratto a tempo indeterminato è quasi un’eccezione e il lavoro, tra tanti committenti e ingaggi, è strutturalmente discontinuo e incerto. Peraltro anche nelle fondazioni non tutti lavorano in pianta stabile, basti pensare ai corpi di ballo, ormai quasi tutti esternalizzati.

La maggior parte di chi risponde al questionario non sa cosa farà quando avrà finito l’attuale impegno di lavoro (48%) o comunque ha già impegni ma non li può dare per certi (37%), perché spesso i programmi saltano (23%), ritardano (32%) o si sovrappongono con altri (42%).

Nel mezzo, si alternano periodi anche lunghi di non lavoro a fronte di poche tutele sociali. Meno della metà degli intervistati ha usufruito della Naspi nel 2024 e solo il 12% ha preso l’indennità di discontinuità. Analizzando i dati, si vede che ben un intervistato su quattro ha avuto periodi di non lavoro, ma nessun aiuto sociale. Il 58% di questi perché non ne aveva diritto, il 20% perché non sapeva come fare. Non ci sono strumenti di protezione sociale per tutti, quindi. E i pochi che esistono non sono abbastanza conosciuti. In ogni caso, intervengono in modo emergenziale, mentre le difficoltà sono strutturali.

Per sua natura, il lavoro nello spettacolo comporta, infatti, tanta preparazione, formazione e autopromozione. Che siano prove, concorsi, provini o audizioni, in ogni caso coinvolgono la maggior parte delle professioni, non solo interpretative. Raramente e solo in parte sono riconosciute o retribuite. Nessuno peraltro può permettersi di smettere di studiare e aggiornarsi: il 77% continua a fare formazione, perlopiù a proprio carico (83%). D’altra parte, in un mondo così discontinuo e competitivo non è una scelta, ma una necessità.

A questo si alternano periodi frenetici di attività: orari ben oltre le 40 ore (50%) e ritmi alti di lavoro (73%), soprattutto nel cinema. Le ore in più di solito non vengono pagate (60%), ma si fanno lo stesso “per senso di responsabilità” o comunque “perché è obbligatorio, non c’è alternativa”. Il rischio nel non rendersi disponibile è di non essere richiamato a lavorare.

Solo il 12% degli intervistati, d’altra parte, dice di essere stato in malattia negli ultimi due anni, ma uno su due riconosce che “spesso” lavora anche se sta male, soprattutto “per senso di responsabilità”. È una sorta di autosfruttamento interiorizzato: se ho la febbre e resto a letto, creo un problema al pubblico e a chi lavora con me. Con il rischio di non lavorare più con loro.

Se non è facile mettersi in malattia, figuriamoci fare un figlio: il 68% delle donne intervistate non ha figli (su tutto il mondo del lavoro, la percentuale Istat è 44%) e il 43,5% del campione dice che questo lavoro è un forte ostacolo alla maternità.

Il questionario affronta anche il tema della salute e della sicurezza. Questo lavoro non si immagina faticoso, non sono i metalmeccanici o gli edili. Eppure, le risposte sulle singole patologie restituiscono un quadro di fatica e usura dei corpi, per molti un vero e proprio strumento di lavoro. Ha problemi di udito il 60% dei cantanti, il 73% dei musicisti, l’83% dei fonici. Alla vista il 90% dei montatori. Alle corde vocali il 67% degli attori, l’86% dei cantanti. Ha dolori a schiena, spalle e collo il 73% del campione, soprattutto i danzatori (95%), i macchinisti (93%), ma anche montatori, fonici, operatori, musicisti (tutti sopra l’80%).

Il dato più grave è che il 50% delle donne intervistate dice di aver subito molestie, recentemente o in passato. Una donna su due! Non sono soltanto le attrici, le cantanti o le danzatrici, ma tutte le professioni, segno che il problema sta nell’ambiente stesso di lavoro e nelle relazioni di potere e di ricattabilità. Come se per fare questo lavoro si dovesse accettare più o meno di tutto.

Più diritti sono quindi necessari. Ma, come emerge anche dal questionario, se si escludono le fondazioni lirico sinfoniche e i teatri nazionali, questo è un settore in cui a volte non c’è il contratto nazionale, se c’è spesso i più giovani non lo conoscono (il 22% degli intervistati) e a volte non è rispettato (il 26%). Alla domanda “cosa determina il tuo salario”, tanto nel cinema quanto nel live, la risposta è che pesa di più la contrattazione individuale che quella collettiva (circa il 70% la prima, il 30% la seconda).

Nel cinema sono decisivi anche i legami personali, ossia il rapporto che il singolo ha con il proprio entourage. Spesso è questo che determina sia l’ingaggio che il salario, creando una condizione di dipendenza: lavori se vieni richiamato e alle condizioni offerte. Questo meccanismo non riguarda soltanto, come è prevedibile, i più giovani, ma anche il 62% di chi lavora da oltre 10 anni.

Alla domanda su cosa conti di più per farsi strada in questo mondo, gli intervistati, a prescindere dalla professione, mettono al primo posto i contatti, seguiti dalla disponibilità ad accettare le condizioni che vengono proposte. Solo dopo l’esperienza e ancora dopo il talento. Ultimo, quasi non classificato, il titolo di studio, nonostante la maggior parte di loro abbia studiato tanto per fare questo lavoro.

Rispetto ai salari, sappiamo già che questo è un mondo dove il lavoro povero convive con cachet stellari. I dati Enpals del 2023 registrano un salario medio di appena 11 mila euro lordi l’anno. Più o meno è il quadro che esce anche dall’indagine, con una concentrazione dei salari più bassi (sotto i 10 mila euro lordi) tra i giovani, in parte le donne e in genere le professioni interpretative, come se il lavoro di chi canta, recita o suona non fosse nemmeno considerato un lavoro. Nel Live, infatti, solo il 48% del campione dice di poter contare su questo reddito per vivere. Il 54% è pagato a lavoro finito, al 60% capita di essere pagato in ritardo (spesso anche oltre 3 mesi) e al 34% (uno su tre) è capitato di non essere stato pagato.

Non stupisce la diffusa preoccupazione per il futuro. Il 90% di chi risponde teme di non avere una pensione adeguata, anche tra i più giovani. È una condizione comune in Italia, ma in questo settore, con carriere discontinue e lunghi periodi di non lavoro, l’apprensione è massima.

Il 70% teme di non continuare a lavorare con l’avanzare dell’età. Una condizione che riguarda un po’ tutte le professioni, ma soprattutto le donne e in particolare le quarantenni. Lo stigma dell’invecchiamento pesa persino nei contesti più strutturati: anche nelle fondazioni Liriche, il 76% delle donne teme, infatti, di avere meno chance in futuro contro il 52,5% dei colleghi maschi. Quasi 25 punti percentuali di differenza.

A questi timori per il futuro, si aggiungono i rischi dell’AI, non soltanto per la perdita di posti di lavoro (il 35% percepisce un rischio alto), ma soprattutto per la svalorizzazione delle professionalità (58%), la riduzione dei salari (42,5%), la violazione del copyright (57%) e dei dati sensibili (56%). In ogni caso, quello che preoccupa di più è la peggiore qualità del prodotto realizzato (58%). Più preoccupato è chi lavora nel doppiaggio (85%), ma lo sono anche fotografi, figuranti, trucco e acconciatura, casting, montatori, sceneggiatori, musicisti, attori e cantanti.

Rispetto all’AI, quanto ti preoccupano i seguenti aspetti:

La conclusione sta nelle tre parole con cui chi ha risposto al questionario descrive il proprio lavoro: creativo e stimolante, non meno che precario e stressante.

Una condizione gratificante, ma anche stancante, perché prosegue lungo tutta la vita lavorativa: nella precarietà e nel ricatto di chi tenta di farsi strada all’inizio e poi nell’intermittenza e nell’incertezza che non abbandona nemmeno chi ce l’ha fatta.

Bellezza e fatica. Solo che la prima si vede, la seconda è nascosta, prima e dopo gli applausi, dietro le telecamere o dietro le quinte, comunque lontana dalla ribalta e dalle pagine patinate. Senza adeguate risposte pubbliche e collettive, la fatica è tutta sulle spalle di chi lavora.

Durante il Covid, i problemi esplosero e fu evidente che mancava un sistema minimo di diritti e tutele. In quella situazione eccezionale, non bastava dire the show must go on. La buona volontà e il sacrificio di chi lavora non si potevano dare. Per questo saltò tutto. Dopo sei anni da allora, i problemi sono ricascati di nuovo su chi lavora, tanto che per chi risponde al questionario la situazione è quella di prima (35,5%) o persino peggiore (45,5%).

È un problema, perché in gioco non c’è soltanto la condizione di lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, ma la qualità e il valore dello Spettacolo in quanto tale, come strumento democratico di partecipazione, crescita e identità. Un valore che ha bisogno di diritti collettivi, investimenti e tutele pubbliche, perché non si può dare per scontato che sia sempre e comunque garantito dalla professionalità e dalla passione per il proprio lavoro di persone che, in cambio della bellezza e della creatività, sono abbandonate alla loro fatica.

 

Descrivi il tuo lavoro con tre parole (rappresentazione grafica delle frequenze)

 

 

Foto di Avel Chuklanov su Unsplash

 

L’autrice: Eliana Como è sindacalista Fiom Cgil, sociologa del lavoro, cura su facebook una pagina interamente dedicata alle donne pittrici @chegenerediarte. È la curatrice dell’indagine “Scena e Schermo. Indagine sulle condizioni di lavoro nel mondo del live e del cineaudiovisivo”