L’irrompere sulla scena politica delle manifestazioni dei Fridays for future nel 2018 è stata una lezione fortissima. Ragazzini in piazza suonavano una campanella che gli adulti non volevano sentire. Noi non avevamo ancora metabolizzato ciò che gli scienziati ci dicevano da tempo. Loro invece avevano già chiaro che non c’è più tempo, che è necessaria una immediata inversione ad U o andiamo a sbattere: urge cambiare stile di vita, modi di produzione, rimettere al centro la persona, il benessere psicofisico, la socialità, il rispetto dell’ambiente. Dobbiamo ripensare le città per renderle più vivibili e inclusive, rifiutando lo sfruttamento del territorio, la deregulation urbanistica, fermare l’emorragia del consumo di suolo. Dobbiamo ridurre gli sprechi. Beninteso non si tratta di indossare il cilicio cristiano, e nemmeno di riproporre la decrescita (in)felice, ma di immaginare e di avanzare una proposizione del tutto nuova di cui la nostra generazione non ha capito fino in fondo l’enorme portata. Altrimenti saremmo già passati all’azione. Ci è voluta una pandemia che ha causato milioni di morti in tutto il mondo perché cominciassimo ad aprire gli occhi. Con il diffondersi del Covid-19 i giovani dei Fridays sono spariti dalla scena pubblica, ma non hanno smesso di lottare come raccontiamo su questo nuovo, tornando a dare loro voce. Da oltre un anno non è stato loro possibile manifestare nelle piazze contro il climate change a causa di una emergenza globale causata proprio da quella violazione degli habitat naturali che loro andavano denunciando: disboscamenti selvaggi e sfruttamento intensivo delle risorse ci hanno portato in contatto con virus che hanno fatto il salto di specie.

Gli scienziati avevano lanciato l’allarme già molti anni fa. Ma sono rimasti perlopiù inascoltati. E ha prevalso il negazionismo criminale alla Trump e Bolsonaro. Abbiamo perso tempo prezioso e ancora oggi ci troviamo alle prese con il Covid-19 e le sue minacciose varianti. I ricercatori hanno fatto una straordinaria corsa per mettere a punto il vaccino, ma siamo ostaggio di una insufficiente produzione, dell’inaccettabile mercanteggiare delle multinazionali che speculano sulla malattia e il piano vaccinale procede ancora a singhiozzo, mentre i Paesi più poveri rischiano di esserne esclusi. In questo contesto risuona più attuale che mai il messaggio degli adolescenti tanto citati nei piani del Recovery e nei discorsi del presidente del Consiglio, ma fin qui bistrattati nei fatti. O ci svegliamo o non riusciremo a mettere un freno al repentino cambiamento climatico e agli effetti devastanti che sta producendo, con l’innalzamento della temperatura, del livello degli oceani, con inondazioni e cataclismi. Non siamo apocalittici, né tanto meno millenaristi. Non crediamo in un destino ineluttabile voluto da Dio. Nutriamo fiducia nella ricerca, nelle strategie scientifiche che si possono ancora mettere in campo. La tecnica non è il Male come pensava Heidegger. Al contrario, come anche la vicenda dei vaccini insegna, può essere un importante strumento quando aiuta a potenziare l’umano. Quello che spaventa semmai è l’inerzia mortale della risposta politica. Su questo dobbiamo interrogarci profondamente, perché transizione ecologica non significa “solo” salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, ma anche giustizia sociale, diritto alla salute. In una parola si tratta di fare un salto di paradigma culturale e di immaginare un diverso modello di società. La scommessa è epocale. E la pandemia, scaturita da una normalità malata a cui eravamo assuefatti ci costringe a cambiare radicalmente prospettiva. Ne discutiamo ampiamente su questo numero di Left, mettendo a confronto punti di vista diversi, ma soprattutto analizzando profondamente la realtà che abbiamo davanti.

A partire dal caso Italia, dove le politiche di aggressione del territorio, sollecitate dalle lobby del cemento, proseguono imperterrite, nonostante la ben nota fragilità sismica e idrogeologica della penisola, nonostante la minaccia dei cambiamenti climatici. Per fare un esempio emblematico, se non interveniamo Venezia sarà sommersa dalle acque alla fine di questo secolo. Nominalmente il governo Draghi apre alle politiche green. Se ne fa un gran parlare. Da grandissimo esperto di cose europee, l’ex governatore della Bce sa che il Recovery fund, meglio detto Next generation Eu, ha precise condizionalità in questo senso. In questo ambito la brutta novità di questo governo è aver affidato il timone dello Sviluppo economico al leghista Giorgetti. Quella positiva, e teoricamente in contrasto con la precedente, è l’aver istituito un ministero della Transizione ecologica. Peccato che, come fa notare il climatologo Luca Mercalli intervistato da Left, alla guida di questo ministero green non sia stato messo uno studioso di tematiche ambientali. Cingolani, che di formazione è un fisico, è stato Chief technology & Innovation officer di Leonardo, azienda attiva nei settori della difesa, e ha a lungo guidato lo Human technopole, voluto da Renzi quando era presidente del Consiglio. Su Left Pietro Greco denunciò il caso dei finanziamenti pubblici a quell’istituto, rilanciando l’iniziativa della senatrice Elena Cattaneo per una più equa e trasparente assegnazione dei fondi, sostenuta dal presidente dell’Accademia dei Lincei Giorgio Parisi e da molti altri studiosi di fama internazionale. Al di là di quella vicenda che alla fine si risolse positivamente con un riequilibrio di fondi, quel che poco ci convince è – se così possiamo dire – la filosofia, la visione culturale di Cingolani che trapela dal suo descrivere i robot umanoidi prodotti dallo HT a bambini di 5 anni. Una domanda: il ministro della Transizione ecologia, che promette di riequilibrare vita umana e ambiente, pensa di fare questa immensa rivoluzione culturale a partire dall’idea che le generazioni future siano come schiere di piccoli robot? Sarà interessante sapere cosa ne pensano i giovani dei Fridays.


L’articolo prosegue su Left del 26 febbraio – 4 marzo 2021

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