Si chiama Defense production act (Dpa) ed è una legge le cui origini risalgono ai poteri straordinari dell’esecutivo statunitense durante la Seconda guerra mondiale, trasformati in questo speciale provvedimento all’alba del conflitto con la Corea. In estrema sintesi, il Dpa contiene una sezione che autorizza il presidente a controllare la produzione e la distribuzione di beni considerati necessari alla difesa nazionale. Il governo può sia ordinare una maggiore produzione di un particolare bene di cui è presente una scarsa quantità, oppure operare direttamente per eliminare la concorrenza tra industrie rivali ed obbligarle a cooperare. In ultima istanza, se dovesse rivelarsi necessario, si può arrivare anche alla cosiddetta «autorità di allocazione», cioè la facoltà del governo di acquistare i beni prodotti dalle industrie con priorità assoluta su chiunque altro.

Dagli anni ’50 a oggi, il Dpa è stato utilizzato da molti presidenti, sia democratici che repubblicani. Lo ha invocato Donald Trump per sopperire alla mancanza di mascherine e ventilatori e se ne sta avvalendo Joe Biden per adempiere al suo proposito di vaccinare 100 milioni di americani nei suoi primi 100 giorni di mandato. Il Dpa è stato utilizzato per rintracciare i lipidi, le nanoparticelle che rilasciano l’mRna nelle cellule umane, fondamentali per la produzione del vaccino Pfizer: grazie al potere conferito dalla legge, gli ordini di Pfizer sono scattati in testa alla lista d’attesa, diventando prioritari rispetto a tutti gli altri. Biden l’ha usato anche per aiutare Pfizer a procurarsi dei sofisticati macchinari necessari per la fase successiva, l’estrazione dell’etanolo dalla mistura lipidica. È sempre grazie al Dpa che Merck e Johnson&Johnson, due industrie rivali, sono state costrette a collaborare (non senza qualche bonus) nella produzione del vaccino brevettato dalla seconda.

Da quando è arrivato alla Casa Bianca, Joe Biden ha trattato il coronavirus come se fosse un nemico da battere e la guerra da condurre fosse contro il tempo.

Mentre la campagna vaccinale continua e i casi di contagio hanno superato i 29 milioni con quasi 57 mila nuovi casi al giorno, in Texas il governatore repubblicano Gregg Abbott ha messo fine all’obbligo di indossare la mascherina e in Idaho è stata organizzata una manifestazione in cui un gruppo di detrattori del Covid-19 ha bruciato le proprie mascherine in un barile. Attualmente, la priorità del presidente sembra tutta rivolta al salvataggio del suo popolo, con scarso interesse per le sorti europee. Quella attuata da Biden sembra quasi una Dottrina Monroe dei vaccini: l’Europa non si immischia negli affari americani e gli Stati Uniti si tengono ben lontani dall’interferire con ciò che accade nel Vecchio continente. E si è ben capito l’8 marzo al termine di un incontro Stati Uniti-Ue quando il responsabile nordamericano della campagna vaccinale di Biden ha detto chiaro e tondo che in termini di vaccini tutto quello che verrà prodotto negli Usa rimarrà negli Usa fino a quando non sarà vaccinato l’ultimo cittadino Usa.

Nel frattempo, però, l’isolazionismo dell’America First dei vaccini sembra essere stato rotto dalla società di consulenza strategica McKinsey, assunta dal governo Draghi per aiutare l’Italia nell’analisi dei dati e dei progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il programma che deve essere presentato alla Commissione europea nel più ampio bacino del Next Generation Eu. Se Mario Draghi e il suo staff hanno ritenuto McKinsey la società più qualificata per svolgere l’operazione, negli Stati Uniti però non gode di ottima reputazione: lo scorso febbraio ha patteggiato il pagamento di 573 milioni di dollari a 47 Stati, più Washington D.C. e cinque territori, per le sue campagne aggressive nell’incoraggiamento della vendita di antidolorifici a base oppiacea come l’Oxycontin prodotto da Purdue Pharma e altre industrie farmaceutiche americane. L’abuso di oppiacei ha portato alla morte di oltre 450 mila persone negli ultimi 20 anni solo negli Stati Uniti, un dato su cui forse sarebbe necessario riflettere.


Per approfondire, leggi Left del 12-18 marzo 2021

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