Almeno tre studenti su quattro sono di nuovo a scuola. Ancora non tutti. E dopo aver subito il danno di quasi due anni di «non scuola», per dirla con un espressione usata dal maestro Franco Lorenzoni in un suo articolo per Left.

Insieme ad attivisti di associazioni di base, Lorenzoni si è speso molto per far aprire gli occhi ai politici sulla realtà patita dai più piccoli privati di un’esperienza formativa e di relazione fondamentale al loro sviluppo. Per troppo tempo si è discusso di banchi a rotelle senza pensare invece a come riaprire la scuola in sicurezza, potenziando il trasporto pubblico, ancora oggi deficitario.

Troppe volte abbiamo visto fughe in avanti di singole Regioni che arbitrariamente hanno chiuso le scuole, senza basarsi su dati scientifici, attuando una malintesa e dannosa autonomia differenziata a cui nel 2001 ha aperto la strada la scellerata modifica del Titolo V. Ancora oggi mentre il governo Draghi si è dato l’obiettivo di portare almeno 7,5 milioni di studenti in classe, il presidente della Puglia Emiliano si vanta del successo della sua deroga alla presenza in classe.

A suo dire il 90% delle famiglie pugliesi preferisce la Dad. Emiliano prospetta un’ idea di scuola on demand, «in spregio ai più elementari principi di tenuta sociale della scuola», denunciano gli attivisti e docenti di Priorità alla scuola che su questo numero di Left analizzano i molti punti deboli del Piano di ripresa e resilienza.

Scaricare la responsabilità della decisione sulle famiglie è inaccettabile da parte di un amministratore pubblico, aggiungiamo noi. E ancora una volta constatiamo che non sono stati ascoltati i ragazzi. Intervistati per una ricerca di Skuola.net e associazione Di.Te., in gran parte, hanno bocciato la Dad.

Su un campione di 10mila studenti il 62% ha espresso un giudizio negativo, lamentando un calo di motivazione nello studio e un conseguente minor rendimento, anche perché spesso in casa vengono distratti (58%) e interrotti (51,4 %).

Il 15% ha detto di non poter mai o quasi mai contare su uno spazio privato per seguire la Dad. Il dato interessante è che la gran parte ha detto che la scuola in presenza è più stimolante per il rapporto e l’interazione con gli altri. Otre a percepire le lezioni in Dad poco coinvolgenti (lo dice più del 76%), nel 53,3% dei casi dicono di non aver avuto modo di condividere il loro vissuto emotivo. E poi ci sono i casi di cyberbullismo che preoccupano.

Secondo Skuola.net il 77% di chi ne è stato vittima ha poi iniziato a isolarsi volontariamente. E sappiamo quanto il fenomeno della dispersione scolastica fosse grave anche prima della pandemia. Ma per quanto questi numeri ci siano parsi importanti e rivelatori, tuttavia, ci dicono poco o nulla sul vissuto emotivo più profondo, su quali siano i veri bisogni, le esigenze, le aspirazioni degli studenti.

Su Left torniamo a dare loro voce, non limitandoci a intervistarli, ma chiedendogli di scrivere per raccontare la scuola che sognano e che vorrebbero. Ed è stato come aprire le dighe di un vitale e limpido fiume pieno di idee, di visioni, di progetti pratici e creativi. Molti di loro mostrano una grande sensibilità politica, il che fa davvero ben sperare.

A far da controcanto sono però le carenze della classe politica, compreso il cosiddetto governo dei migliori che non coglie l’opportunità del Recovery plan per investire su donne e giovani come invece aveva promesso. Addirittura rispetto al Piano del governo Conte il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) presentato da Draghi riduce i soldi per i nidi e quelli per le scuole di infanzia.

Il Pnrr fa anche passi indietro sul diritto allo studio rispetto alla bozza del precedente governo, che già non era sufficiente. «Sono stati quasi dimezzati i fondi per le borse di studio ed è stato eliminato l’ampliamento della no tax area, la fascia di esenzione dalle tasse universitarie», denuncia Lorenzo Morandi di Link coordinamento universitario. E restano gli stessi problemi strutturali di sempre.

Le scelte governative si muovono con modalità estemporanee e disorganiche (basti pensare all’informativa del ministro Bianchi che promette 500 milioni per i corsi estivi descritta alle parti sociali senza un testo scritto). Rimangono le classi pollaio imposte per legge dalla Gelmini nel 2009. Restano problemi di spazi scolastici inadatti, di cattedre vacanti, di precariato.

Se lo scorso ottobre, alle prese con la seconda ondata di Covid, abbiamo toccato con mano il danno delle mancate assunzioni, con più di 200mila “cattedre ballerine” e nomine dei supplenti protratte fino a gennaio, quello che si annuncia per settembre 2021 è ancora una grave impasse. «I numeri delle cattedre vacanti al primo settembre 2021 sono impietosi.

Così la scuola dell’era Draghi rischia un nuovo record di precarietà», si legge in una nota della Flc Cgil. Invece di mettere al centro la piena riapertura della scuola in sicurezza, invece di pensare a come potenziarla e renderla più accessibile, laica e moderna, il governo Draghi presta orecchie alle destre che spingono per riaprire qualunque altra attività in maniera indiscriminata, mettendo a rischio la vita dei tanti anziani e fragili che ancora non sono stati vaccinati.

Il presidente del Consiglio ha parlato di «rischio ragionato» rispetto alle riaperture. Speriamo vivamente che non sia invece un rischio calcolato di perdita di vite umane, in nome della produzione, del consumo e del profitto. I dati epidemiologici non sono ancora confortanti, la campagna vaccinale procede ancora a rilento e intanto avanzano nuove varianti del virus come quella indiana che sta mettendo in ginocchio l’India, nonostante la giovane età media degli indiani, nonostante l’India sia uno dei maggiori produttori di vaccini.

Anche lì hanno pesato le logiche delle multinazionali, anche lì hanno pesato le politiche negazioniste e religiose che hanno portato il premier Modi a compiacersi dei suoi comizi gremiti.


L’editoriale è tratto da Left del 30 aprile – 6 maggio 2021

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