L’Italia vive una “spensierata liberalizzazione” nonostante la diffusione delle varianti del virus. «Il vaccino da solo non basta», avverte il virologo, «va accompagnato da misure che blocchino la trasmissione del contagio». Ma non ci siamo ancora, «mancano politiche chiare»

Nonostante il dilagare della variante Delta e il balzo nei contagi da Sars-Cov-2, Boris Johnson decide di riaprire tutto. Pura follia? Persino Israele, Paese super efficiente nella vaccinazione e nel tracciamento ha ripristinato le mascherine al chiuso. «Serve prudenza, anche qui in Italia», dice Brusaferro, dell’Istituto superiore di sanità. Intanto una nuova variante del coronavirus, la Lambda, mette in allarme gli scienziati: rilevata per la prima volta in Perù nel dicembre 2020 e scientificamente nota come C.37, da allora si è diffusa in 30 nazioni in quattro continenti: Europa, America, Africa e Oceania. Per cercare di capire quali sono i rischi della fase che stiamo attraversando abbiamo interpellato il virologo Andrea Crisanti, ordinario di Microbiologia all’Università di Padova e autore, con il giornalista e ideatore di Rai news 24 Michele Mezza, del libro Caccia al virus, appena pubblicato da Donzelli.

Professor Crisanti a che punto siamo? È stato sottovalutato il sistema imprevedibile e frenetico delle varianti?
La possibilità che emergano in continuazione varianti fa parte della biografia del virus. Non ci si può fare nulla, fondamentalmente. Questo va tenuto presente. Ma il punto non è tanto che emergano delle varianti, ma che emergano varianti resistenti al vaccino, questa è la cosa più importante da considerare. L’altro aspetto che avrà un impatto importantissimo è la durata della copertura vaccinale.

Bisogna capire quanto dura la protezione avendo fatto le due dosi di vaccino?

Certo. Il punto è quanto dura. Se abbiamo una protezione che dura otto-nove mesi è cosa ben diversa rispetto al fatto che la protezione duri 15 mesi, un anno o due anni, sono situazioni completamente differenti anche da gestire.

Nel libro che lei ha scritto con Michele Mezza, Caccia al virus, si legge che in questi ultimi mesi è stata avviata «una spensierata liberalizzazione». C’è stato, secondo lei, un abbassamento dell’attenzione collettiva?

Io penso che sia un problema politico. Alla fine che c’entrano le persone? Le persone fanno quello che gli viene detto o consentito di fare. Io penso che questa retorica sul comportamento dei cittadini non sia accettabile.

“Figliuolo ci siamo persi il tracciamento” recita il titolo di un’inchiesta di Left. Test e tracing avrebbero dovuto procedere in altro modo?

Purtroppo è sempre mancato un coordinamento nazionale, sono mancate politiche chiare per attivare questa procedura in modo efficiente. E non ci siamo ancora.

Nel libro scrivete che si sarebbe potuto usare un sistema di geolocalizzazione stile Google. Ma non è stato attivato, perché?

Il problema è che l’Italia non è proprio preparata, non hanno le competenze. Al fondo non erano in grado di gestirlo, questa è la realtà.

Cosa possiamo fare per cercare di superare questo gap, visto che purtroppo con il virus dovremo ancora fare i conti a lungo?

Questo purtroppo è sicuro, ce lo porteremo dietro per un po’. Non è una cosa molto semplice da risolvere. Ormai tutti quanti sono dell’idea che ogni cosa si risolva con la vaccinazione. Purtroppo non è così. Se la vaccinazione non viene accompagnata da misure che abbiano l’obiettivo di bloccare la trasmissione difficilmente riusciremo ad uscire da questa situazione.

Tuttavia lei, in Caccia al virus afferma che i vaccini sono strumenti in evoluzione continua. Questo ci offre qualche cartuccia in più?

Come dicevo quello che conta con i vaccini è la durata della protezione. Ripeto, con i vaccini da soli non si risolve. C’è bisogno anche di una gestione diversa dei dati, bisogna verificare come vengono utilizzati e come vengono integrati con il contact tracing.

C’è stato bisogno di una sentenza del Consiglio di Stato perché fossero resi pubblici i dati del Comitato tecnico scientifico. C’è un tema irrisolto di diritto alla conoscenza che riguarda certamente i ricercatori ma anche i cittadini in senso più ampio?

Il punto è che in Italia c’è una cultura molto provinciale. Non c’è la cultura della trasparenza. Questo è un difetto tutto italiano.

Le decisioni politiche dovrebbero essere basate sull’evidenza scientifica e spiegate su questa base?

Il cardine dovrebbero essere le evidenze scientifiche condivise dalla comunità scientifica. Perché la comunità scientifica fa parte della società, la quale ha il diritto di sapere.

Torniamo al suo lavoro, nella prima fase della pandemia lei sottolineò il rischio legato agli asintomatici. Perché furono sottovalutati?

Furono trascurati per errori, anche dell’Oms, e poi  perché la Cina non era stata trasparente nel comunicare la reale situazione di quel che stava accadendo nel Paese.

Che fine ha fatto il piano che lei aveva predisposto per il governo nell’agosto 2020?

Ah guardi non lo so proprio. Non ho proprio idea. Penso non sia stato considerato.

Cosa prevedeva il suo piano in quel momento?

Era un piano che prevedeva la costruzione di una vasta struttura per poter far fronte al tracciamento nella maniera più efficace possibile. Aumentare la capacità di fare tamponi, aumentare la logistica, l’informatizzazione, era un lavoro abbastanza complesso. Non si poteva ridurre tutto a una questione solo di tamponi.

Allargando lo sguardo a livello globale, torniamo a sottolineare che sono pochissime le persone vaccinate nei Paesi a medio e basso reddito. C’è un gap enorme da colmare?

Questo è un problema gigantesco, considerando che i vaccini che abbiamo a disposizione adesso non vanno bene per i Paesi in via di sviluppo. Perché sono vaccini molto costosi. E perché hanno bisogno di due dosi, richiedono una doppia vaccinazione. Insomma non sono vaccini adatti per aree del mondo dove hanno a disposizione mezzo euro per fare un vaccino. La maggior parte di questi Paesi non ha neanche l’acqua potabile. Per l’ottanta per cento della popolazione l’acqua potabile è un sogno. Siamo davanti a questa situazione drammatica.

Dobbiamo essere in grado di rispondere per ragioni umanitarie ma anche per uscire dalla pandemia, da cui non usciremo se non siamo in grado di vaccinare tutti. Trasferire le competenze tecnologiche ai Paesi più poveri potrebbe essere una delle strade?

Non penso che il problema sia solo il gap tecnologico. È difficile che i Paesi poveri possano produrre i vaccini autonomamente. Penso che i Paesi industrializzati debbano fare un investimento per sviluppare vaccini che siano adatti a quelle aree del mondo.


L’intervista prosegue su Left del 9-15 luglio 2021

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