Architetture a zero emissioni di carbonio, con l’uso di materiali naturali e il coinvolgimento delle popolazioni locali. Caratteristiche che si ritrovano nel lavoro di Nuru Karim in Africa e di Yasmeen Lari in Pakistan. Tra innovazione e creazione artistica

I progetti di architettura umanitaria si collocano in pieno nel panorama della innovazione, in particolare in questo momento storico. In Africa è presente, nonostante le gravissime difficoltà e le crisi economiche aggravate dalla pandemia, un movimento di rinascita culturale che lascia spazio a ricerche innovative nei campi artistici e dell’architettura. I territori in aree di crisi molto popolate permettono una sperimentazione in architettura con risultati in piena rispondenza ai protocolli internazionali sulla sostenibilità come ad esempio nella Straw bale school proposta nel 2019 in Malawi dallo studio Nudes condotto da Nuru Karim. Questo tipo di interventi che si rinnovano abbandonando le influenze coloniali, hanno radici nella storia e nell’impegno umanitario di personalità come Yasmeen Lari, prima donna architetto in Pakistan che ha dedicato la sua vita all’architettura umanitaria e premio Jane Drew 2020 (v. Left del 29 maggio 2020).

Già prima della pandemia, nelle zone di crisi, si era verificata una trasformazione notevole visibile in un tipo di architettura caratterizzata dall’impiego di materiali naturali per ovvie ragioni di urgenza e costi nel rispondere alla richiesta umanitaria di intervento, utilizzando tecniche costruttive delle origini e coinvolgendo nella costruzione la popolazione locale.

Tuttavia molti progetti ben realizzati e strutturati, funzionalmente perfetti in questo campo, si riferivano in termini visivi a…


L’articolo prosegue su Left del 6-26 agosto 2021

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