Dopo l’articolo di Gianluca Peciola su Left e la replica di Silvia Costa (commissario straordinario per il recupero dell’ex Carcere di Santo Stefano Ventotene), interviene il Comitato Santo Stefano Sostenibile

In quanto indirettamente nominati come “paladini dell’ambiente” i membri del Comitato Santo Stefano sentono di dover elaborare una breve risposta alla Commissaria Silvia Costa.

Se noi siamo paladini dell’ambiente la Commissaria è certamente paladina del progresso sostenibile. Riqualificare, restaurare e rendere fruibile un luogo “degradato”, queste le parole d’ordine del progetto per l’isolotto di Santo Stefano.
Le domande che ci poniamo noi “paladini dell’ambiente” sono: perché ancora consideriamo un luogo in mano alla natura come un luogo degradato? Le foglie a terra che in autunno cadono dagli alberi sono simbolo di degrado? La vegetazione fitta e non controllata dall’uomo lo è?
La sostenibilità, quella vera, nasce dall’accettazione che a volte lasciare i luoghi in mano alla natura è il gesto più alto che possiamo fare invece di continuare ad antropizzarli con la presunzione di renderli meno fragili e degradati (più di 35.000 visitatori l’anno, queste le stime del progetto a regime per l’isola di Santo Stefano).
Questa è, peraltro, una delle mission principali delle Aree Marine Protette/Riserve statali e regionali, marine e terrestri: luoghi in cui si è consapevolmente scelto di mettere al centro la tutela di habitat, ecosistemi e biodiversità, subordinando necessariamente uno sviluppo economico e sociale che deve essere garantito ma anche rispettoso del territorio e del mare (l’Isola di S.Stefano, per chi non lo sapesse, è uno di quei posti).
Permettere alle persone di visitare un luogo simbolo come il carcere di Santo Stefano è un impegno nobile e condivisibile, ma perché non limitarsi a quello? Perché progettare decine di posti letto ed impianti di condizionamento? Perché costruire impianti fognari e tubazioni per l’acqua? Perché porsi nelle condizioni di dover generare energia in loco o peggio ancora trasportarla con cavi sottomarini? Perché non scegliere in principio un approdo leggero evitando anche l’iter della V.I.A.?
Perché non si è scelto di lasciare alla natura il suo corso occupandosi solo di un restauro del complesso carcerario e di lievi lavori di messa in sicurezza per garantirne una fruibilità diffusa?
Da queste considerazioni nasce il dubbio che finché continueremo ad intendere il progresso come modo per creare ancora servizi ed indotti economici sarà molto difficile coniugarlo con la parola sostenibilità.
Si continua a pensare al futuro solo ed esclusivamente in funzione di un’economia lineare, lontani da un concetto di circolarità sul quale puntare per diventare un modello da replicare.
Cara commissaria, se noi siamo paladini dell’ambiente lei è paladina di un ossimoro.