Non c’è pace per le curde e i curdi. Approfittando dell’attenzione internazionale tutta concentrata sul conflitto in Ucraina, il presidente turco Erdogan ha avviato, indisturbato, una nuova offensiva militare nel Kurdistan iracheno. La testimonianza di Qandil, un giovane dissidente rifugiato in Italia

«I curdi non hanno amici se non le montagne». Questo vecchio proverbio scatta una fotografia forse più efficace di tante analisi sulla storia e sul destino di un popolo per lo più ignorato da un mondo distratto e occupato com’è da tutt’altre vicende. Ecco (anche) perché tiranni come Recep Tayyip Erdoğan si prendono ancora la libertà, per esempio, e soltanto qualche giorno fa, di lanciare indisturbati una nuova offensiva militare nel Kurdistan, a nord dell’Iraq e vicino al confine con la Turchia, nel cuore del Pkk, il Partito dei lavoratori, per colpire le basi curde e sempre con una scusa: stavolta un presunto piano militare “su larga scala” da parte dei guerriglieri. Una “Minority report” tutta turca, dunque, per giustificare l’ingiustificabile. E per far alzare in volo aerei ed elicotteri di notte, coadiuvati dagli ormai celebri droni Bayraktar (fondamentali nella difesa degli ucraini contro l’avanzata russa) nelle regione di Zap, Metina e Avasin Basyan distruggendo, secondo il racconto di Ankara, depositi di armi e munizioni, rifugi e basi strategiche del nemico. Ma per quanto si sforzino i visir di Erdoğan di precisare che l’operazione – un nuovo livello dei “giochi” di guerra contro il Pkk, lo ricordiamo considerato alla stregua di un’organizzazione terroristica, iniziati nel 2020 e denominati “artiglio” – sia stata decisa soltanto per colpire i terroristi, appunto, e che terrà ben in conto l’integrità dell’Iraq, l’incidente diplomatico è aperto.

«Consideriamo queste…

L’articolo prosegue su Left del 29 aprile 2022 

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