La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza compie 44 anni. Ma troppo spesso rimane sulla carta. Nel libro “Mai dati” Chiara Lalli e Sonia Montegiove smontano punto per punto le verità parziali riportate nelle relazioni ministeriali, fornendo una serie di informazioni essenziali per la tutela dei diritti di chi decide di abortire

L’ultima relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194 è stata pubblicata nel settembre 2021 e riporta i dati definitivi relativi agli aborti volontari eseguiti ben due anni prima, nel 2019, nonché i dati provvisori relativi al 2020. Come nelle precedenti edizioni, una parte della relazione è dedicata all’ormai solita litania nella quale si ribadisce che, nonostante le percentuali altissime, l’obiezione di coscienza non è un problema, se non in alcune aree ristrette del Paese, e che il carico di lavoro che ciascun ginecologo non obiettore deve sopportare è in ogni caso assai modesto. Basandosi su calcoli che dovrebbero risultare convincenti, nella relazione ministeriale si sostiene che in media ogni ginecologo non obiettore dovrebbe eseguire 1,1 Ivg (Interruzione volontaria di gravidanza) a settimana, il che certamente non è una gran fatica; solo in alcune regioni questo valore risulterebbe significativamente più alto, come nel caso delle 17,7 Ivg a settimana della Sicilia.

Da operatori abbiamo sempre ritenuto inaccettabilmente offensiva un’impostazione basata sull’idea che il lavoro di chi si occupa di aborto volontario sia valutabile attraverso la contabilizzazione del numero degli interventi eseguiti, che invece sono (e a volte non sono, perché in alcuni casi le donne decidono poi di portare avanti la gravidanza) solamente la conclusione di un lavoro molto più complesso ed impegnativo. Lasciando da parte il fastidio per la ostilità manifesta verso chi applica una legge dello stato, spesso sobbarcandosi costi professionali ed umani non indifferenti, abbiamo sempre avuto, da operatori, la sensazione che questa semplificazione ragionieristica non corrispondesse esattamente alla realtà con la quale ci confrontiamo quotidianamente. Prendendo ad esempio i dati del Lazio, sappiamo che ogni operatore esegue tra i 15 e i 20 aborti a settimana; dunque, per far tornare i conti, ci dovranno essere moltissimi che non li fanno.

Che la relazione ministeriale ci restituisca una fotografia assai sfocata della situazione italiana ce lo conferma il libro “Mai dati. Dati aperti (sulla 194). Perché sono nostri e perché ci servono per scegliere”, scritto a quattro mani da Chiara Lalli, docente di storia della medicina e giornalista, e Sonia Montegiove, giornalista e informatica. Inviando richieste di accesso civico generalizzato a circa 200 strutture sanitarie, le autrici ci dimostrano la sostanziale inutilità di una relazione basata su dati aggregati, chiusi, non aggiornati. Dalle informazioni ufficiali, seppur parziali, inviate loro, emerge un’altra realtà, nella quale, ad esempio, non tutti i ginecologi non obiettori si occupano di interruzioni di gravidanza, vuoi perché lavorano in ospedali nei quali non esiste un centro IVG, vuoi perché sono impegnati in altri servizi e non fanno aborti, ecc. In questo senso è illuminante il caso dell’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, dove solo due dei dieci ginecologi non obiettori censiti si occupano di IVG.

Il libro di Lalli e Montegiove, dunque, analizzando i dati e le risposte ricevute da un certo numero di strutture sanitarie (non sono tutte, non è un campione, ma certamente ci fa capire molto) ci mostra i problemi nella loro dimensione reale, che è quella che ci serve se vogliamo capire, e se vogliamo individuare le criticità per cercare di risolverle o comunque di minimizzarle.

Con la pandemia la consapevolezza dell’importanza dei dati aperti e aggiornati è certamente aumentata. Nella relazione sullo stato di applicazione della legge 194, nonostante il Ministero della Salute avesse sottolineato che le IVG sono urgenze indifferibili, i dati preliminari relativi al 2020 riportano che, per l’emergenza sanitaria, alcune strutture hanno deciso in autonomia di ridurre il numero di interventi, o di sospendere le procedure farmacologiche o chirurgiche o addirittura di sospendere il servizio IVG. Quali sono queste strutture? Impossibile capirlo attingendo al calderone dei dati aggregati, ormai vecchi, vecchissimi. Cosa è successo alle donne che non hanno avuto risposta alle loro richieste, in un periodo nel quale gli spostamenti tra le regioni erano difficilissimi?

“Mai dati. Dati aperti (sulla 194). Perché sono nostri e perché ci servono per scegliere” non è un libro sull’obiezione di coscienza, ma da quella prende le mosse per dimostrare quello che non può emergere se non in maniera sfumata ed edulcorata dai dati chiusi e aggregati per macroaree. Dire che il 67% dei ginecologi italiani è obiettore può tener vive le polemiche ma non serve alle donne che hanno il diritto di essere informate per poter scegliere; l’obiezione di coscienza di per sé può non essere un problema, ma certamente lo diventa quando le amministrazioni regionali non applicano la legge. Disporre di dati aperti ci permette di individuare le aree nelle quali l’accesso alla IVG è ostacolato, se non addirittura negato, e di inchiodare gli amministratori alle responsabilità che la legge 194 attribuisce loro, in termini di erogazione dei servizi, in termini di organizzazione, in termini di formazione e aggiornamento del personale.

Partendo dai dati e dalle osservazioni che le autrici hanno preliminarmente comunicato al suo congresso nazionale, l’associazione Luca Coscioni per la Libertà di ricerca scientifica ha inviato una lettera aperta al Ministro della Salute e alla Ministra della Giustizia, nella quale si chiede che i due dicasteri, attraverso la valutazione di dati aperti e aggiornati, verifichino nella realtà lo stato di applicazione della legge 194, e che alcuni finanziamenti previsti per le regioni siano subordinati alla reale applicazione della legge (https://associazionelucacoscioni.it/wp-content/uploads/2022/05/Lettera-aperta-al-Ministro-della-salute-Roberto-Speranza-1.docx.pdf ).

Se, all’indomani del 44mo compleanno della 194, vogliamo assicurare a tutte le donne l’accesso all’aborto, la possibilità di scegliere la procedura, i migliori standards clinici, minimizzando le diseguaglianze tra le regioni, dobbiamo rompere l’inerzia del riferire passivamente i dati complessivi, dobbiamo scoprire le inadempienze, dobbiamo agire su di esse. E forse, dopo 44 anni, i dati aperti possono aiutarci a capire anche che vi sono parti della legge che andrebbero modificate, per garantire realmente a tutte il diritto alla salute.

29.5.2022

Anna Pompili, ginecologa, membro del Consiglio Generale Ass. Luca Coscioni, cofondatrice di AMICA (Ass. Medici Italiani contraccezione e aborto)

 

 

L’articolo prosegue su Left del 10 giugno 2022 

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