Con l’apertura dell’anno scolastico, si ripropone il tema della tutela della salute psicofisica dei giovani. Ne parliamo con la psicologa Cecilia Iannaco, da anni impegnata negli sportelli d’ascolto scolastici: «È fondamentale rispondere con competenza e sensibilità e superare i pregiudizi»

Mentre le scuole stanno riaprendo in tutta Italia, qual è la situazione degli sportelli d’ascolto psicologico? Ne parla Cecilia Iannaco, psicologa e psicoterapeuta esperta di progetti di prevenzione a scuola e socia fondatrice di Netforpp Europa.

Da studentessa che partecipa alla vita della scuola e del giornale scolastico in modo attivo, vedo coetanei vivere situazioni di crisi e di malessere psichico; solo pochi però si rivolgono allo sportello d’ascolto. Lei, dottoressa Iannaco, che dirige da anni sportelli psicologici e progetti di prevenzione, che ne pensa?
La questione è articolata. Rispetto a 10-15 anni fa sono tanti i passi in avanti, non ultimi gli incentivi economici messi a disposizione in tempo di pandemia per implementare, in ambito scolastico, l’attività degli sportelli. Oggi sono più numerosi i ragazzi che si rivolgono a noi. Ciò nonostante, la sfida da vincere è culturale: far percepire ai giovani, in una società molto più volta al fare e alla prestazione che all’essere e all’introspezione, che stare bene significa conservare o ricreare il naturale equilibrio con cui siamo nati, fra lo stato psichico-emotivo e quello fisico. Obiettivo essenziale della psicologia scolastica è dare risposte ad ampio spettro: da individuare e contrastare fenomeni di rischio, a promuovere percorsi di prevenzione strutturati. Da fare da trait d’union fra istituzione scolastica e sistema sanitario presente sul territorio, a condurre colloqui con studenti che in un qualsiasi momento della loro crescita si pongono domande più o meno complesse sul proprio modo di stare al mondo. Obiettivo che si realizza solo lavorando su conoscenze e credenze e cercando di cambiare mentalità.

Confrontandomi con i compagni, so che ciò che scoraggia i giovani è la difficoltà ad avere fiducia nei confronti dello psicologo.
Non hanno sempre torto ad essere scettici. Dare risposte che chiariscano le idee e arricchiscano il mondo dell’adolescente è compito notevole: occorre essere competenti e sensibili. La competenza professionale è certamente imprescindibile per la conoscenza teorica e l’appropriatezza dell’intervento. Ma occorre anche avere la capacità di comprendere la richiesta di aiuto più vera, al di là di ogni generalizzazione sui ragazzi che potrebbe inquinare la disposizione all’ascolto. Non bisogna avere la presunzione di conoscere il mondo adolescenziale seguendo stereotipi e offrendo soluzioni scontate. Il giovane avverte immediatamente di essere “uno dei tanti”, di non essere, lì e in quel tempo, un ragazzo unico, differente da chiunque altro. L’esperienza professionale pregressa esiste e deve esistere perché ci rende senz’altro più abili ma deve anche, paradossalmente, sparire ogni volta per poter comprendere l’adolescente che abbiamo di fronte. È una sfida continua. Abbiamo un’unica occasione, ossia mezz’ora di tempo che decide se il ragazzo farà tesoro di ciò che viene detto, se tornerà, se rimarrà invece scettico o deluso, se consiglierà ai compagni di frequentare lo sportello.

Ciò che manca è anche la certezza di una intimità, di una riservatezza con lo psicologo.
Non mi stupisce affatto. Al di là del fatto che i ragazzi è bene sappiano che per professione abbiamo un obbligo di riservatezza da rispettare, posso ben comprendere una loro ritrosia nei confronti degli operatori. I giovani non sono abituati al rispetto della loro intimità da parte degli adulti. Non è affatto infrequente che sulla bocca di genitori, insegnanti e amici di famiglia passino considerazioni, commenti e informazioni del tutto riservate che riguardano la vita degli adolescenti. Si racconta ad amici e conoscenti dei loro amori, progetti, paure, sconfitte e successi con estrema nonchalance senza chiedersi che ne penserebbero se fossero presenti.

Visto che parliamo di scuola, mi interessa tanto la sua idea secondo cui la sfida da vincere è culturale. Vuole dire che se combattessimo certi modelli sociali i ragazzi sarebbero più invogliati a frequentare lo sportello?
Sì, possiamo dire così. Per quello che l’esperienza mi suggerisce vi sono deterrenti che allontanano i giovani da una ricerca psichica. Può essere un pregiudizio nei confronti della psicologia, può essere l’influenza di un modello sociale particolarmente volto al profitto e al successo. Non ultimo, può fare da deterrente un certo rapporto di identificazione con i genitori da parte di alcuni ragazzi.

Può dirci di più su questi aspetti iniziando dai pregiudizi nei confronti della psicologia?
Si opera un pregiudizio ogniqualvolta si pensi che chi si rivolge allo psicologo scolastico lo faccia perché ha seri problemi di ordine psichico. È falso. Così come è falso pensare che sia da deboli chiedere aiuto. Semmai è vero il contrario. I giovani ci cercano per un’occasione di ascolto in una società sorda alle tematiche interiori e nel farlo dimostrano un’intelligenza sensibile. L’opposto della debolezza. Alcuni vivono stati di ansia più o meno intensi e ne vogliono comprendere le cause. Altri avvertono una “povertà” interiore a cui non sanno dare un nome e sperano in un’occasione di sviluppo. Alcuni cercano un confronto su dinamiche psichiche che li toccano e rispetto alle quali non sanno muoversi; altri arrivano dopo una delusione sentimentale o per dissapori e scontri all’interno della famiglia o del gruppo di amici. In sintesi, lo scopo è comprendere meglio e arricchire la loro vita.

E perché un modello sociale, come dice lei, «particolarmente volto al profitto e al successo», ostacola la fiducia nella psicologia?
Lo stile di vita scolastico, un po’ troppo volto alla prestazione e al successo, che tanti giovani assumono può allontanare dall’incontro con la psicologia. Ovvio che si debba studiare e puntare ad una buona formazione. Ma diventare bravi studenti non può essere a discapito del benessere psichico. Accade invece che la scuola, prima ancora che come luogo di formazione, incontro e socializzazione, venga vissuta in funzione del profitto. Accade che la media dei voti conti più di stare assieme ai compagni e che essere popolari, “vincenti” e considerati dagli altri valga più del comprendere cosa si vive interiormente. Non è raro e non sorprende che in questi casi, in cui i vissuti emotivi vengono soffocati e annullati per lungo tempo, la psiche del giovane reagisca con una sintomatologia manifesta, quali attacchi di panico e disturbi d’ansia. E spesso è solo l’espressione del sintomo che mette in allarme.

E il rapporto con i genitori come può influire?
Il rapporto con i genitori, come del resto quello con gli insegnanti, agisce in maniera incisiva nel promuovere o inibire l’avvicinamento dei ragazzi alla psicologia. Nel passato il rapporto fra vecchie e nuove generazioni era piuttosto conflittuale ed essere adolescenti significava anche opposizione ai pensieri della famiglia. Oggi noto invece che alcuni ragazzi assumono un atteggiamento di vita simile a quello dei genitori. Sono più timorosi del confronto e dello scontro. Ora, c’è da dire che per lo più i genitori sono propensi a che il figlio partecipi a forum, incontri e progetti focalizzati su tematiche psicologiche. In tanti anni mi è capitato solo un paio di volte che le famiglie non dessero il consenso. Tuttavia, anche se non vi è alcuna opposizione, c’è un clima di sottovalutazione, a volte di svalutazione. La questione, di nuovo, è culturale. Molto dipende dall’apertura mentale della famiglia rispetto alla realtà psichica. L’ambiente in cui cresce un bambino può potenziare o mortificare la naturale curiosità; può accrescere o inaridire la sensibilità per la propria realtà interiore. L’ambiente influenza il pensiero e quindi la propensione o meno verso la ricerca psichica. C’è inoltre un aspetto relativamente nuovo che trovo limitante: l’atteggiamento protettivo nei confronti dei genitori che stanno sviluppando alcuni ragazzi. Venire allo sportello significa per questi deludere e far soffrire i genitori. Segni sottili che rischiano di passare inosservati, ma che per noi costituiscono chiavi di lettura preziose.

Il processo culturale a cui allude mi pare che, almeno nella mia generazione, sia in parte già in atto. Cosa possiamo fare a scuola affinché gli interventi siano più proficui e chi chiede aiuto non venga vissuto come “strano”?
Lavorare assieme sulle idee. Prima fra tutte l’idea della prevenzione. E prevenzione si può fare solo se passa l’idea che il malessere psichico non è un tratto del carattere, non è un destino, non è trasmesso geneticamente. Ci si ammala in più o meno gravi situazioni di deprivazione di presenza psichica, ci si ammala vivendo a contatto con familiari ammalati nella psiche che non sono in grado di permettere il naturale sviluppo psichico del bambino e del ragazzo. Una ragazza, spaventata dai suoi stati d’animo, si è espressa parlandomi di ‘tara mentale’. Dobbiamo chiarire le idee per chiarire il linguaggio e viceversa. Altro punto su cui insistere sempre: come ci si può ammalare, ci si può curare e guarire. Esiste la psicoterapia. A scuola non si fa terapia ma se ne può parlare e, parlandone, sconfiggere magari l’idea malcelata di inguaribilità. Mi ripeto, è una sfida di pensiero che, per ovvi motivi, trova nella scuola il luogo di elezione. A scuola si può parlare di sensibilità e sessualità in modo diverso da come sono abituati a fare i ragazzi, si può parlare di realtà non cosciente e di sogni. Non mancano da parte loro né la curiosità né la partecipazione. Ascoltano e scoprono dimensioni che hanno spesso trascurato ma che sanno di possedere. Si tratta di riscoprirle e valorizzarle.

Nella foto: inizio dell’anno scolastico in una scuola di Milano, 12 settembre 2022