I conflitti, tutti i conflitti e in primis quello in Ucraina, sono funzionali a perpetuare l’era delle fonti di energia inquinanti. E ad ampliare le disuguaglianze economiche. Per questo l’Italia non può più aspettare: deve applicare i principi della Costituzione ed impegnarsi nell’invertire i processi conflittuali in atto

Mentre andiamo a celebrare l’ennesima Giornata internazionale della pace, il 21 settembre, aumentano le spese militari dell’Italia. Sono in discussione in Parlamento richieste di investimenti in nuove armi per 12,5 miliardi, presentate dal governo nelle ultime settimane. Nonostante, in pendenza di elezioni, si dovrebbe occupare solo di affari correnti.

Invece sono ancora bloccati i regolamenti per le Comunità energetiche rinnovabili, previste ai sensi del decreto legislativo 199/2021, che dà attuazione alla direttiva europea Red II sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili. Regolamenti, principi e modelli che dovevano essere emanati, con decreti del ministro della Transizione ecologica, entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto, cioè entro maggio 2022. Ben quattro mesi fa. E questo sì che è un “affare corrente”. Perchè Cingolani ancora non emana i necessari decreti? Ormai è evidente che saranno lasciati al successivo governo con i ritardi biblici tipici di queste situazioni.

Mentre le rinnovabili rimangono bloccate, i “rigassificatori galleggianti” vanno avanti come treni, in barba a qualsiasi regola, anche di sicurezza, e con investimenti, già fatti, di centinaia di milioni di euro. Investimenti che proseguiranno per anni. Quello che hanno detto alcuni partiti, cioè che i rigassificatori galleggianti possono “essere smobilitati ben prima del 2050”, vuol dire confessare che ce li terremo ben oltre il 2030, nonostante gli obiettivi fissati dall’Unione europea sul clima e in particolare sulle energie rinnovabili (“Fit For 55”).

Un dubbio sorge lecito. Perché si vuole privilegiare il gas e penalizzare le energie rinnovabili? Il Portogallo in poco tempo ha già raggiunto il 60% di energie da rinnovabili e raggiungerà l’80% a breve. E le bollette costano 1/3 circa di quelle italiane. Impianti rinnovabili, anche di grandi dimensioni, possono essere istallati in meno di due anni. L’Italia ha tanti bacini idroelettrici ideali per il fotovoltaico galleggiante, tanti tetti pubblici, tanti capannoni industriali da riqualificare, tante scuole che possono essere fulcro di Comunità energetiche per i piccoli e numerosi paesi delle nostre province. Eppure si continuano a favorire le energie fossili semplicemente passando dal “pusher di gas” russo ad altri “pusher”, spesso Paesi con regimi altrettanto dittatoriali, invece di “disintossicarsi” con le rinnovabili.

In primo luogo è da rimarcare che, poichè le energie rinnovabili sono a disposizione di tutti e non in mano a poche multinazionali come avviene per il gas, il petrolio e il carbone, non ci possono essere vendute a caro prezzo come avviene con l’acqua che dovrebbe essere pubblica ma non lo è. E se le multinazionali non sono ancora pronte a venderci il nostro sole, il vento e il mare, le fonti rinnovabili possono essere usate in modo democratico e solidale, magari proprio con le Comunità energetiche rinnovabili.

La seconda osservazione è che le guerre, tutte le guerre e in primis quella in Ucraina, sono funzionali a perpetuare l’era fossile. Basta pensare che negli ultimi 100 anni quasi tutte le guerre sono state fatte per le fonti fossili. A partire dal carbone nel 1900 arrivando poi al petrolio e al gas degli ultimi 50 anni. E ormai le guerre vengono anche combattute con il gas e il petrolio. Ogni guerra poi rilancia l’energia fossile. Lo dimostrano la riapertura di centrali a carbone e la ricerca di nuove fonti di approvvigionamento di petrolio e di gas. Inoltre ogni guerra aumenta le diseguaglianze: l’Europa si impoverisce in favore degli Stati Uniti e della Cina e all’interno di ciascun Paese i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Le multinazionali del fossile, e i loro ricchi azionisti, si arricchiscono in maniera spropositata, 40-50 miliardi di extra-profitti solo in Italia. Basta questo per capire a chi giovano le guerre e perché si aumentano le spese per nuove armi.

La fine dell’era dell’energia fossile sarebbe invece una necessità impellente per l’umanità intera e per molte altre forme di vita sul pianeta. Le spese militari e i sussidi pubblici per le fonti fossili dovrebbero essere spesi interamente per la transizione energetica. Le spese militari sono ormai proiettate al 2% del Pil, 38 miliardi annui, i sussidi al fossile sono pari a oltre 20 miliardi annui… parliamo di circa 60 miliardi di euro annui cui aggiungere, almeno il primo anno, 40-50 miliardi di extraprofitti (altro che Pnrr) che dovrebbero invece essere usati per una transizione equa, per nuovi posti di lavoro, per riqualificare territori esausti.

L’urgenza è massima, la scadenza è ieri: come ci dicono da tempo gli scienziati questo modello sociale e questa spirale perversa stanno creando disastrosi cambiamenti climatici e sono ormai incontrovertibili le loro conseguenze, non solo sul territorio e gli ecosistemi, ma anche sull’uomo e sulla società, relativamente al suo benessere, alla sua sicurezza, alla sua salute e alle sue attività produttive.

Vediamo costantemente crescere la povertà e gli effetti della crisi energetica, aggravata dalla guerra in Ucraina, vengono pagati dalle fasce più deboli della popolazione, in Italia come nel resto del mondo. Ci troviamo davanti a due ipotesi, entrambe drammatiche: l’aggravarsi del conflitto fino ad un allargamento mondiale o l’ulteriore incancrenirsi di guerre endemiche di media intensità con crisi economiche e conflittualità sociali sempre più gravi. Si sta allargando il debito che lasceremo alle future generazioni: al gravoso debito economico italiano stiamo aggiungendo un sempre più grande e pericoloso debito ambientale e sociale. Invece di seguire la strada della transizione ecologica, come ci chiedono gli scienziati, ci stiamo avviando a una transizione basata sulla conflittualità tra Paesi ricchi e Paesi poveri e, all’interno di ciascun Paese, tra i più ricchi e i più poveri: invece di adottare politiche per rigenerare e distribuire equamente le non infinite risorse della Terra si combatte per accaparrarsele a favore di pochi e a danno di molti.

Eppure la Costituzione italiana delinea chiaramente il solco da seguire per intraprendere il percorso che ci indica la scienza: l’articolo 3 pone l’uguaglianza al centro degli obiettivi sociali, l’articolo 9 ci ricorda che la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, l’articolo 41 che l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e che l’attività economica pubblica e privata deve essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.

Questo il faro che deve guidare la politica, chiamata a trasformare in atti concreti i principi costituzionali, per riuscire a invertire i processi conflittuali in atto e avviare un percorso di transizione ecologica, di crescita sociale e lavorativa, di miglioramento delle condizioni di vita, di riduzione della povertà, di miglioramento della salute e per riuscire a eliminare le condizioni che scatenano i conflitti. La pace è rinnovabile, la guerra è fossile.


* L’autore: Guido Marinelli, co-autore di 5 brevetti internazionali, è stato professore di Elementi di economia nel progetto di sistemi all’Università di Roma Tor Vergata. È cofondatore delle associazioni Carteinregola, Ponti per il futuro, PerImolti e Ledd. Fa parte della segreteria provinciale dell’Anpi Roma

In foto: una protesta dei Fridays for future a Varsavia, 22 aprile 2022



L’evento: il 21 settembre, alle ore 17:30, nella sede di Left a Roma (via Ludovico di Savoia 2b) si terrà l’incontro LA PACE È RINNOVABILE, LA GUERRA È FOSSILE.  L’iniziativa è promossa dal Comitato Anpi provinciale di Roma e dall’Anpi Roma VII municipio, con la collaborazione di Left, in vista dello Sciopero mondiale per il clima del prossimo 23 settembre

Interverranno: 
• Antonello Pasini, climatologo, professore universitario, ricercatore del Cnr e promotore dell’appello “un voto per il clima” che ha raccolto già più di 220mila firme;
• Filippo Sotgiu, uno dei portavoce nazionali di FridaysForFuture;
• Maddalena Lamura, ricercatrice università di Vienna, esperta di povertà energetica;
• Francesco Cioffi, Università La Sapienza;
• Leonardo Filippo, Left;
• Fabrizio De Sanctis, Presidente provinciale Anpi Roma;
• Guido Marinelli, segreteria provinciale Anpi Roma.