Le relazioni tra Italia e Albania sono fortemente radicate nella storia dell'imperialismo e del colonialismo italiano nel Mediterraneo. Gli albanesi erano descritti come un popolo selvaggio, anarchico, "nietzschiano", e tendenzialmente criminale che viveva diviso in "tribù" e che non poteva incivilirsi senza il sostegno dell'Italia. Questi argomenti furono utilizzati per giustificare l'annessione italiana del sud dell'Albania dopo lo scoppio della Grande Guerra e l'occupazione dell'intero Paese nel 1939

Nel 1995 Rando Devole e Ardian Vehbiu pubblicavano il libro La scoperta dell’Albania. Gli albanesi secondo i mass-media” mostrando come l’immagine degli albanesi in Italia fosse fortemente condizionata da stereotipi dovuti alla chiusura del Paese durante il comunismo. L’attenzione mediatica che ha avuto il turismo italiano in Albania recentemente, rivela l’attualità del libro poiché i pregiudizi sugli albanesi ancora perdurano nonostante che il regime comunista sia finito da oltre trent’anni.

Prima di addentrarci nell’attualità si deve fare una premessa al fine di collocare i viaggi turistici in Albania in una prospettiva temporale più ampia. Le relazioni tra Italia e Albania sono fortemente radicate nella storia dell’imperialismo e del colonialismo italiano nel Mediterraneo. Già alla fine dell’Ottocento, le élites politiche del Regno d’Italia miravano ad annettere territori albanesi adiacenti la costa Adriatica che facevano parte dell’Impero Ottomano. Diversi diplomatici, studiosi e giornalisti italiani visitarono la regione tra Ottocento e Novecento. I loro resoconti di viaggio divennero le principali risorse d’informazione sugli albanesi e sono utilizzati ancora oggi come fonti storiche. Non conoscendo né la lingua e né le culture locali, le impressioni dei viaggiatori erano contraddittorie e condizionate dai bagagli di pregiudizi che si portavano da casa. Gli occidentali vedevano i Paesi balcanici come una terra di passaggio tra Europa civile e oriente barbaro. Gli albanesi erano descritti come un popolo selvaggio, anarchico, “nietzschiano”, e tendenzialmente criminale che viveva diviso in “tribù” e che non poteva incivilirsi senza il sostegno dell’Italia. Questi argomenti furono utilizzati per giustificare l’annessione italiana del sud dell’Albania dopo scoppio della Grande Guerra e l’occupazione dell’intero Paese nell’aprile del 1939, alla vigilia del nuovo conflitto mondiale.

L’interesse turistico per l’Albania sorge nel momento in cui si inizia a pensare ai territori “albanesi” come futuri possedimenti italiani. Viaggiatori come Antonio Baldacci, Arturo Galanti, Pio Biondoli, Vico Mantegazza e tanti altri indicavano l’Albania come meta per cacciatori, amanti della natura e dell’alpinismo. Essi inoltre fornivano descrizioni dei costumi e degli aspetti fisici di donne e uomini, che servivano per stimolare la curiosità e la fantasia erotica dei lettori anche in funzione eugenetica. Le guide turistiche sono il prodotto del processo di domesticazione e incorporazione dell'”altro” e degli ambienti “esotici” nell’immaginario imperiale. La guida L’Adriatico orientale da Venezia a Corfù pubblicata da Giuseppe Marcotti nel 1899, dà risalto al lascito architettonico e culturale della dominazione romana e veneziana che erano considerati da molti viaggiatori italiani come gli unici periodi in cui i territori albanesi avevano goduto di pace e prosperità. Lo stesso obiettivo avevano testi più elaborati che furono pubblicati nelle decadi successive come L’Albania Antica (1924), di Luigi Maria Ugolini, finanziata dell’Ente turistico italiano e L’Albania (1940), pubblicato dalla Consociazione turistica italiana.

Le opinioni, i concetti, e le categorie di origine coloniale sono ancora diffusi nella società contemporanea dato che, ad eccezione di singoli ricercatori, una riflessione sistemica sugli effetti a lungo termine del colonialismo non è mai stata intrapresa. Al contrario, si nota come figure istituzionali elogino il colonialismo italiano considerandolo un fattore di civiltà e utilizzando dunque gli stessi argomenti che erano in voga nel periodo liberale e fascista. Non è insolito leggere articoli e libri recenti che fanno riferimento ad “Albania una e mille” di Indro Montanelli pubblicato nel 1939, come una fonte attendibile, nonostante che il libro fosse scritto per giustificare l’annessione italiana dello Stato vicino.

Il retaggio dell’ideologia coloniale condiziona anche l’attuale politica estera italiana che vede l’Albania e i Balcani come zona di espansione economica. L’Italia è il principale partner economico albanese. Vi sono oltre duemila aziende italiane in Albania, alcune delle quali operano in settori chiave come quello bancario, edilizio e energetico. A Tirana ha sede l’ufficio dell’Agenzia italiana per lo sviluppo e la cooperazione. La maggior parte dei fondi a disposizione dell’agenzia sono spesi per progetti che hanno luogo in Albania. L’economia albanese è già fortemente legata a quella italiana. Tuttavia, il governo italiano sta incitando le aziende a investire di più nel Paese vicino. In linea con queste direttive, il ministro del turismo Daniela Santanché si è recata a Tirana ad inizio agosto per convincere la sua omologa Mirela Kumbaro a dare agli operatori italiani maggiori opportunità imprenditoriali ( Salvo poi affermare Vacanze in Albania non c’è paragone con l’Italia ndr).

L’attuale attenzione che la stampa italiana ha dato al turismo italiano in Albania non deriva direttamente dalle relazioni italo-albanesi, ma da altre questioni. La campagna mediatica è stata resa popolare da La Repubblica, che descriveva l’Albania come “l’ultima spiaggia” per gli italiani che non possono permettersi le vacanze in patria perché costano troppo. Lo scopo del quotidiano non era elogiare l’Albania che viene presentata come meta low cost, ma criticare il governo e in particolare il ministro Santanché per non aver valorizzato le località italiane. Il premier albanese Edi Rama ha rubato la scena a tutti/e pubblicando l’8 agosto una foto della nave albanese Vlora carica di migranti che raggiunsero le coste italiane nell’estate del 1991. Il viaggio della Vlora è famoso per il modo in cui le migliaia di persone a bordo furono trattate dalle autorità italiane. I migranti furono portati all’interno dello stadio vecchio di Bari dove furono lasciati per giorni sotto al sole senza adeguato accesso all’acqua, al cibo e a servizi igienici. Si trattò di una delle brutte pagine della transizione albanese che mostrarono l’impreparazione e il razzismo delle istituzioni italiane.

Il “trollaggio” è stato utile a Rama per catturare l’attenzione dei quotidiani italiani ai quali ha rilasciato interviste a profusione. Su Libero Edi Rama ha definito Meloni “una tigre” della politica e l’Albania come una “piccola Italia”. L’aver equiparato il Paese da lui governato a un’appendice dello Stato vicino assecondando così i disegni di espansione che ancora permangono nella diplomazia italiana, è stato un modo di fare propaganda turistica presso quella parte di popolazione che ostenta orgogliosamente i propri pregiudizi verso gli albanesi. Inoltre, Rama forse sperava di far dimenticare le critiche rivolte al suo governo da Londra a causa dei flussi di migranti albanesi che attraversano illegalmente La Manica e che sono considerati una minaccia per l’ordine pubblico del Regno Unito. L’immagine progressista che Rama vuole dare di sé, gli è utile per controbilanciare le accuse che riceve quotidianamente dai partiti e dalla stampa d’opposizione. C’è stato perfino chi ha accusato il primo ministro di essere un autocrate che mina le libertà di stampa e di distruggere il patrimonio storico e naturale del Paese mediante opere di cementificazione per fini speculativi.

Il dibattito italiano ha continuato ad evolversi indipendentemente dagli interventi di Rama. Dopo una prima fase in cui l’Albania era dipinta come una felice scoperta per vacanze popolari, la stampa italiana ha dato risalto a opinioni opposte. Il Gazzettino, Libero e altri quotidiani hanno riportato recensioni di turisti che si lamentavano dei servizi, dei prezzi e delle spiagge perché erano inferiori alle loro aspettative. Oltre al fatto che trovare una spiaggia ideale ad agosto nella costiera adriatico-jonica spendendo poco è un’ambizione velleitaria, il problema principale di queste “critiche” è che estendono un giudizio personale maturato in seguito ad una conoscenza molto limitata del territorio, a tutto il Paese. Il disappunto dei turisti italiani è dovuto alla carenza di informazioni adeguate sull’Albania. In tal modo, l’attenzione mediatica è finita per riprodurre, come al solito, una serie di stereotipi, per lo più negativi, non senza accenti razzisti come, a mio avviso, certi articoli pubblicati da Mowmag. Il ritorno ai pregiudizi classici è stato accolto con piacere da persone che, come il governatore Toti, si sono sentite oltraggiate dall’idea che l’Albania potesse essere paragonata all’Italia che, dal suo punto di vista eurocentrico, risulta avere “la percentuale più alta dei beni culturali al mondo”.

Uno degli aspetti che maggiormente colpiscono dal modo in cui è stata raccontata l’Albania è la mancanza di voci albanesi, a parte ovviamente la voce di Rama che è diventato un personaggio ubiquo. Vi sono oltre quattrocentomila cittadini di origine albanese stabilmente residenti in Italia. Molti di loro hanno le conoscenze e le capacità professionali per esprimere un punto di vista complesso sul Paese dando così la possibilità di conoscerne meglio la cultura, la geografia, la storia a chi non ha avuto la possibilità di andarci spesso o di fare studi approfonditi. Lo stesso potevano fare tanti giornalisti albanesi residenti in Albania che la stampa italiana raramente interpella. Ultimamente si parla degli albanesi come esempio di “integrazione”, ma la voce degli albanesi così come quella di molte altre comunità di origine diasporica è del tutto assente dai giornali italiani più diffusi. Indipendentemente dall’orientamento politico, la stampa nazionale non è inclusiva e non rappresentano larghe fasce della società contemporanea. Dal momento che la narrazione dell’Albania è affidata a persone che la conoscono attraverso i filtri dell’ideologia coloniale, essa sarà ciclicamente riscoperta attraverso dinamiche relazionali e categorie descrittive di stampo ottocentesco.

L’autore: Saggista e scrittore Fabio Bego è coautore del libro Invito al viaggio. In Albania(TrE-Press). Da segnalare due suoi recenti articoli usciti su Balkan Insight

 

La foto è di Di Artur Malinowski – @Flickr: