Andare nei campi, fin dall’alba. Cercare di instaurare un rapporto con i lavoratori agricoli che spesso sono immigrati, senza diritti. Fare informazione. È un lavoro capillare quello che sta svolgendo sul territorio la Flai Cgil con le sue Brigate del lavoro. Un impegno sindacale nato dalla consapevolezza che i nuovi lavoratori sfruttati non sanno neanche dei Caf e dei presidi sindacali sparsi sul territorio. Di questo e tanto altro parliamo con il segretario generale Flai Cgil, Giovanni Mininni.
Segretario Mininni, come si muovono le Brigate del lavoro Flai Cgil? Che fotografia restituisce oggi questa presenza diretta nelle campagne italiane? Restituisce una fotografia molto concreta e, per certi versi, impietosa del modello agricolo italiano. Le Brigate del lavoro nascono proprio con questo obiettivo: andare fisicamente nei territori, scegliere insieme alle strutture regionali dove intervenire e accendere i riflettori, anche su aree che vengono percepite come “tranquille”, lontane dall’idea dello sfruttamento. Purtroppo scopriamo sempre che qualcosa non va. A volte si tratta di situazioni estreme più spesso lo sfruttamento è diffuso e strutturale. Non riguarda solo i lavoratori migranti: in alcune zone coinvolge ancora lavoratori italiani in primis donne. Il lavoro delle Brigate produce vertenze, crea pressione sulle aziende e attiva un circuito virtuoso di attenzione istituzionale.
Funziona il meccanismo per attivare controlli e regolarizzazione? Sì, quando non ci si limita a fare i controlli “da Roma”. Noi andiamo sul territorio e costruiamo iniziative locali che coinvolgono sindaci, ispettorato del lavoro, Inps, Inail, prefetture. Stimoliamo l’attenzione anche dei media locali riuscendo a mettere intorno a un tavolo chi deve controllare e chi deve garantire diritti. Si crea un circuito positivo, capillare: aumentano i controlli mirati e molte persone vengono finalmente messe in regola. È faticoso, ma è l’unico modo per far uscire l’illegalità dall’invisibilità.
Vi state occupando anche del tema della sanità e dell’accesso alle cure, attraverso la collaborazione con Mediterranea. In che modo? Con l’ong Mediterranea abbiamo avviato l’esperienza delle cliniche mobili. A Bari siamo stati al Centro di prima accoglienza e anche in una piazza, partendo dall’ampio contesto legato alla tradizione bracciantile. E lì abbiamo visto una cosa che dice molto del Paese: non si sono avvicinati solo migranti che non possono permettersi l’assistenza sanitaria, ma anche italiani, donne e uomini italiani che venivano a farsi visitare. È il segno che fasce popolari sempre più ampie rinunciano a curarsi, perché il sistema sanitario non risponde più come dovrebbe. Le Brigate del lavoro ti fanno toccare con mano anche questo: sfruttamento e impoverimento vanno insieme.
Un lavoro che, in Calabria come in altre regioni, ha riportato al centro la questione dei ghetti agricoli. L’ultima volta che ci siamo sentiti stavate spingendo per il superamento dei ghetti come quello di San Ferdinando, a che punto siamo?
Purtroppo i ghetti non sono una parentesi emergenziale. Sono diventati insediamenti stabili, quasi normalizzati. Lo vediamo nel foggiano, in Calabria, in Sicilia e in altre parti d’Italia. La cosa più grave è che negli ultimi anni c’è stata un’occasione storica per affrontare questo nodo: 200 milioni di euro destinati al superamento dei ghetti, come quello Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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