Ieri il Consiglio dei ministri ha deciso di commissariare Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna sul dimensionamento scolastico. Quattro Regioni governate dal centrosinistra. Tu guarda a volte il caso. Il pretesto è ovviamente amministrativo ma la vendetta è tutta politica. Il governo prende atto di un dissenso motivato, documentato, rivendicato pubblicamente, e sceglie di cancellarlo per decreto. Così anche la scuola diventa il terreno su cui esercitare l’autorità centrale, usando il Pnrr come giustificazione universale.
Il racconto ufficiale parla di scadenze mancate e di impegni europei da rispettare. Sullo sfondo restano i numeri contestati, gli studenti contati male, le aree interne trattate come un mero fastidio statistico. Le Regioni chiedono un riconteggio, una revisione, almeno un confronto sul merito. Niente da fare. La risposta è il commissario. La linea è chiara: i dati li decide il ministero, i territori li subiscono.
Eccoci quindi con accorpamenti, autonomie cancellate, dirigenti sovraccarichi, scuole trasformate in appendici amministrative. La Cgil parla di miliardi sottratti all’istruzione pubblica. I presidenti regionali parlano di comunità colpite. E il governo? Il governo firma, per cancellare.
C’è una costante in questa vicenda: la riduzione della politica a procedura e della procedura a comando. Quando una Regione governa secondo criteri diversi allora diventa immediatamente un problema da correggere. Quando difende la scuola come presidio sociale, viene accusata di rallentare il Paese. Il Pnrr, nato per colmare divari, alla fine è il bastone in mano al padrone.
Il commissariamento ci dice come questo governo concepisce l’autonomia, il dissenso istituzionale, la leale collaborazione. Dice che la discussione è tollerata finché resta decorativa. Poi arriva l’atto “inevitabile”. E la scuola paga il conto.
Buon martedì.
in foto il ministro Valditara, foto gov




