Il 17 febbraio del 1600 in Campo dei Fiori a Roma moriva Giordano Bruno, bruciato vivo sul rogo dopo otto lunghi anni di prigionia, torture e interrogatori. La Chiesa e il papa, Clemente VIII, vollero dare un messaggio esemplare al mondo intero e a tutti coloro che osassero discostarsi dall’ortodossia e dal dogma. Si era infatti nell’anno del Giubileo, dopo che l’Europa era stata divisa dalla riforma protestante di Lutero, e la comunità cristiana doveva mostrarsi compatta e irremovibile di fronte a chi osava proporre un pensiero diverso. Mai più dissidenti, mai più voci fuori dal coro: il potere, religioso e politico insieme, ricorreva, come spesso nella storia, alla repressione violenta e disumana dei soggetti eretici e ribelli. Troppo rivoluzionaria la filosofia di colui che vivificava la materia di una forma e di un’energia che tutto pervadevano rendendo ogni essere vivente degno di vivere e di essere studiato, ipotizzando una natura animata da una forza divina immanente che poteva essere conosciuta e anche plasmata dal filosofo-mago per gli scopi degli esseri umani che, finalmente, si ponevano di fronte al mondo in un atteggiamento attivo e trasformativo e non più passivo e contemplativo, come li aveva voluti la teologia cristiana e medioevale.
La mano e l’occhio, oltre all’intelletto, divengono gli strumenti principali della conoscenza filosofica, una conoscenza che si mette “a caccia” della verità nella “selva”, nell’ombra – «L’ombra non è tenebra, ma è un vestigio della tenebra nella luce, o un vestigio della luce nella tenebra…» -, nei bassifondi della società, e non nell’alto dei cieli, per trasformare e plasmare il mondo circostante e renderlo più vivibile per tutti gli esseri umani che lo abitano, senza distinzioni tra nobili e contadini, ma adesso tutti uguali, in un universo che, essendo infinito, non ha più un centro.
L’idea dell’infinito è un’intuizione cui Bruno giunge con il solo pensiero – Galileo verrà dieci anni dopo e, puntando il cannocchiale verso l’alto, confermerà le ipotesi bruniane – e il solo ragionamento: se la causa (Dio) è infinita, altrettanto infinito deve essere il suo effetto (l’universo).
Fin dai tempi degli antichi greci – Pitagora, Parmenide, Aristotele per citarne alcuni – l’infinito era stato un pensiero non sopportabile dalla mente dell’uomo che aveva bisogno di immaginare il cosmo chiuso, delimitato dalla calotta rassicurante delle stelle fisse. Bruno ha il coraggio di




