La corsa al riarmo in Europa è stata decisa dai diversi governi in nome di una ipotetica “sicurezza” senza tenere conto dell’opinione dei cittadini che, per una migliore qualità della vita, chiedono tutt’altro sulla base di necessità concrete. I sondaggi parlano chiaro

Il guaio è che in Europa la guerra è diventata la nota di fondo, il rumore costante, la ragione di chiacchiere e proclami da fare quotidianamente ovunque: al bar, nei parlamenti, in famiglia. È questo uno dei veri problemi del nostro tempo: considerare la guerra non più un’eccezione ma l’inevitabile normalità. Questa follia, la vediamo su social, televisioni e media in genere. In tanti raccontano la guerra come se rappresentasse la vita normale: è un rumore di fondo costante, un suono che entra nelle case e nei notiziari come una consuetudine inquietante. Il palazzo sventrato a Kharkiv, in Ucraina, le montagne di morti e i milioni di sfollati di Gaza, il tono minaccioso di Trump che sequestra un altro presidente, Maduro, e minaccia l’Europa, vengono raccontati come ovvietà. Ovvietà dimostrate dai numeri: secondo la Nato, nel 2024, ben 23 Paesi dell’Alleanza hanno raggiunto o superato il 2% del Pil in spesa militare. A raggiungere quella cifra erano solo sei del 2021. Tutto sembra normale ed è qui che si svela la menzogna. Perché rispetto alla guerra e alla scelta di militarizzare la quotidianità, i cittadini sono in gran parte fermi, dubbiosi, perplessi. E si arriva così - sempre grazie ai dati - a scoprire il vero, grande problema di questa fase della nostra storia: lo scollamento politico. L’Europa, oggi, è un continente in cui i più o meno democratici governi - e dobbiamo aggiungere una buona fetta delle cosiddette opposizioni - decidono in nome della sicurezza senza tenere minimamente conto dell’opinione dei cittadini. E lo fanno dispiegando grandi risorse per piegare l’informazione, manipolarla ed orientarla nella direzione della guerra, proprio mentre la società si domanda se quella sicurezza e quella militarizzazione siano davvero le priorità.

I dati, dicevo, vediamoli. Secondo

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