Zoe Trinchero, una ragazzina di 17 anni, ha pagato con la morte il suo rifiuto. È stata uccisa (forse strangolata) da un diciannovenne, reo confesso dopo aver tentato di addossare la responsabilità su un ragazzo di origine africana affetto da disturbi mentali che ha rischiato il linciaggio.
Una storia che condensa una quantità di questioni, ciascuna delle quali contribuisce a renderla tragicissima. Cercando di fare ordine tra le cause, su tutte risalta in questo momento storico, in cui si discute del cosiddetto ddl stupri, la questione del dissenso. Pare che Zoe avesse rifiutato le avance di Alex Manna (anche se circolano altre versioni che non cambiano la sostanza), ma lui avrebbe trovato il modo di sottrarla a una serata tra amici, finendo per strangolarla e gettarla nel Rio Belbo, un corso d’acqua che attraversa la cittadina di Nizza Monferrato, nell’Astigiano, dove entrambi vivevano. Il corpo di Zoe, a un primo esame medico legale, porta segni di percosse, lesioni nella regione del collo e tumefazioni al volto. Tanto le è costato il dissenso, ed ecco perché tante donne si paralizzano: per salvare la vita.
Per chi non volesse ancora capirlo: la violenza si consuma sempre attraverso una sproporzione di forze, che rende il dissenso non solo e tanto difficile da esprimere (figuriamoci da dimostrare!) e inefficace, ma rischioso, perché capace di scatenare la violenza fino al suo estremo, la morte.
Il 15 febbraio, domenica prossima, nelle nostre città verranno ricordati i trent’anni della legge che finalmente riconobbe lo stupro come reato contro la persona, e per sabato 28 è stata chiamata una manifestazione nazionale, che ci auguriamo sia una vera insurrezione contro il disegno di legge che espone le vittime alla violenza invece che proteggerle. La tragica morte di Zoe è un monito che deve essere ascoltato.
La giovanissima età dei protagonisti di questa tragedia è seconda per importanza tra i fattori in gioco solo per via delle attuali urgenze di lotta, ma lancia per l’ennesima volta, vista la frequenza dei femminicidi e degli stupri anche di gruppo tra i ragazzi, un allarme che chiede risposte. Immediatamente, la notizia di questo femminicidio per un rifiuto in cui vittima e carnefice sono teenager, fa pensare a Adolescence, la serie tv di cui tanto si è discusso l’anno scorso, che ha il grave demerito di volere manifestamente demonizzare l’adolescenza: altrimenti perché questo titolo per un’atroce storia di femminicidio commesso da un tredicenne? D’altra parte la serie, che propone l’emergenza di tale e tanta violenza dalla assoluta e tranquilla normalità di un’ignara famiglia, accenna appena al sogno di dominazione maschilista condiviso dagli Incel, i celibi involontari che odiano le donne al punto da proporne la sistematica eliminazione, a volte esprimendosi in veri e propri deliri in preda ai quali commettono stragi delle quali abbiamo sentito solo l’eco lontana proveniente d’oltreoceano in questi primi decenni del nuovo millennio (quella del ventiduenne Elliott Rodge, autore del manifesto/autobiografia My Twisted World, in California nel 2014, o quella del seguace di Rodger venticinquenne canadese Alex Manassian nel 2018, per dire solo delle più note).
È evidente che non si può parlare genericamente di adolescenti, ma di giovani menti malate, che tuttavia non possono essere liquidate come fenomeni isolati, perché la patologia che manifestano ha le sue radici in una cultura alimentata da un sistema i cui maggiori esponenti sono ora agli apici del potere in tutto l’occidente, e non solo, come gli Epstein file stanno rivelando. In un recente articolo sul New Yorker, dal suggestivo titolo “What Did Men to Deserve This?”, la columnist Jessica Winter illustra le ragioni e i legami alla base della crescita di quella costellazione di podcasters e streamers che è nota come manosphere, alternativamente ed efficacemente definita da Winter come un “Übermensch milieu”. Sono giovani e affermati uomini d’affari, tuttavia frustrati dal confronto d’identità con le donne. Scott Galloway, “angel investor” (ovvero sponsor e counselor di startup e imprese nascenti), nonché guru tra i consulenti finanziari e scrittore di bestseller, di questa maschia frustrazione americana elenca qualche serio motivo nel suo ultimo libro Notes on being a Man. Nei college e nelle università di tutta la nazione il rapporto uomini/donne è di due a tre. Tra i giovani adulti gli uomini vivono ancora con i propri genitori molto più spesso delle donne; gli uomini muoiono suicidi in una percentuale tre volte e mezzo più alta delle donne; la retribuzione degli uomini è più bassa di quella delle donne di 10-15 punti percentuali rispetto al 1979. Attualmente il tasso di disoccupazione tra i giovani uomini tra i 23 e i 30 anni con diploma di laurea breve (bachelor degree) è vicino al doppio dí quello delle ragazze coetanee. Di conseguenza – è lecito supporre – Donald Trump è stato votato dal 56% dei trentenni nel 2024, con una crescita del 15% rispetto al 2020. (Per inciso – ma non troppo -, anche in Italia si segnala un trend che registra il sorpasso delle giovani donne). Uno dei più attivi influencer della manosphere è stato Charlie Kirk, (ucciso a 31 anni nel settembre scorso presumibilmente per un movente ideologico e salutato da funerali di stato voluti dal presidente Trump), che ha chiamato a raccolta “fratelli” (“bros”) neoliberisti, cristiani evangelici, misogini e nazionalisti bianchi.
Arriviamo allora all’ultimo segno del terribile degrado del mondo globale al quale si affacciano i nostri adolescenti, l’accusa rivolta da Alex Manna al ragazzo di origini africane con disturbi psichici, e l’immediato scatenarsi sul povero ragazzo dell’aggressione di massa animata da razzismo e superomismo (un bianco “sano” non avrebbe rischiato il linciaggio).
In un mondo come questo le conseguenze del dissenso possono essere terribili, ma non c’è alternativa alla lotta e alla resistenza. Nel nome di Zoe, di Sara, Giulia e le altre.
L’autrice: Barbara Peletti è psichiatra e psicoterapeuta
Fra i suoi articoli: Può mai esservi consenso alla violenza?




